ANKARA: ARMA O OSTACOLO DI WASHINGTON?

 ANKARA: ARMA O OSTACOLO DI WASHINGTON?

A cura di Luigi Olita

Le mire del Presidente Erdogan stanno ormai coinvolgendo la maggior parte delle zone più importanti del pianeta. Mediterraneo, Medioriente, Balcani e persino l’Europa si trovano sotto l’occhio vigile del Sultano e sono controllate dai suoi proxy principali. Rammentando che l’esercito turco è il secondo più potente dopo quello Statunitense all’interno dell’Alleanza Atlantica, è giusto che la crescita della Turchia dal punto di vista strategico, economico, militare e diplomatico venga temuto dalla maggior parte dei paesi toccati dalla sua influenza e soprattutto, ultimamente, dagli USA. È importante fare un passo indietro nel luglio del 2016, quando nello Studio Ovale vi era Barack Obama, avvenne il fantomatico colpo di Stato in Turchia che costrinse il Presidente Erdogan a fuggire a bordo del suo aereo e viaggiare a lungo e in largo in Europa in attesa che un buon samaritano gli consentisse di atterrare. Dopo il rifiuto della Merkel e la dura presa di posizione di Boris Johnson, a quei tempi ministro degli affari esteri britannico, Erdogan intraprese una diretta streaming invocando l’aiuto del popolo Turco per combattere i golpisti.

Quella notte di luglio, ricordata da tutti come una delle più strane ma anche importanti per il futuro della Turchia e della NATO, celava dietro di sé, sì un golpe, ma allo stesso tempo dettato dal doppio gioco Americano per eliminare, o almeno minare le basi del Sultano. Quest’ultimo stava già da tempo affermando la sua egemonia in Medioriente, cosa che fece sempre in quel periodo con l’avvio dell’operazione militare “Scudo dell’Eufrate” in Siria contro i Kurdi. Una Turchia forte militarmente e soprattutto influente dal punto di vista diplomatico, capace di coinvolgere sotto la sua ala protettrice la maggior parte dei paesi musulmani, sarebbe stato un duro colpo per la Casa Bianca, incapace di controllare un alleato concepito sin dalla guerra fredda come un vero e proprio avamposto militare della NATO. Questa importanza è dettata dalla presenza sul suo territorio nazionale della Base NATO di Incirlick, la più importante in Asia, che ha consentito agli aerei americani di sferrare attacchi contro l’Afghanistan, l’Iraq e la Siria.

Dal 2016 ad oggi, Erdogan è una mina vagante, non impazzita ma con una visione dettata da una precisa strategia. Se l’amministrazione Trump ha lasciato carta bianca ad Ankara per quanto riguarda le operazioni in Siria, abbandonando i Kurdi (tra i pochi a combattere il terrorismo islamico), nel Mediterraneo e nel Nagorno Karabakh la futura amministrazione Biden potrebbe cambiare registro. Questo perché Biden, vicepresidente sotto Barack Obama, conosce bene l’evoluzione di Erdogan a leader di una potenza emergente e soprattutto ha cognizione che una Turchia lasciata a piede libero potrebbe continuare a causare dissidi all’interno della NATO e soprattutto minare gli interessi americani. Proprio la NATO, definita “obsoleta” da Trump ed in “stato di morte cerebrale” da Macron, ha subito un quasi sfaldamento da parte di Ankara, entrata in rotta di collisione sia con Atene che con Parigi. Biden, contrariamente a Trump, ha a cuore la sopravvivenza dell’alleanza Atlantica, proprio per questo la futura diplomazia democratica si attiverà per mettere in atto la “dottrina del bastone e della carota”.

I teatri importanti da tenere in considerazione saranno sicuramente il Medioriente, in Siria, dove è presente anche l’esercito russo alleato di Assad, la strategia della futura amministrazione democratica sarà quella di utilizzare Erdogan come arma per arginare l’influenza di Putin, assecondando Ankara nel sostegno ai Jihadisti siriani; la Libia, che comprende anche l’assetto Mediterraneo, potrebbe essere invece un problema per Washington, che durante l’amministrazione Trump ha attuato un disimpegno nella zona. Proprio qui è cresciuta fortemente l’influenza di Ankara, sostenendo il governo di Al Serray, riconosciuto dall’ONU, ed estromettendo de facto gli USA dalla zona. Una terza zona da tenere sott’occhio è il Nagorno Karabakh, dove l’Azerbaijan viene sostenuto dalla Turchia, mentre l’Armenia è coperta dalla Russia. Qui gli USA potrebbero avere due opzioni a portata di mano: o asseconderanno le mire azere ed automaticamente quelle turche, oppure continueranno a lavorare diplomaticamente per mantenere un cessate il fuoco momentaneo. Una terza ipotesi, fantasiosa ma non del tutto da scartare conoscendo la storia delle strategie del pentagono, potrebbe essere quella di fare impantanare la Turchia nell’Artshak, in modo tale da eliminare del tutto Erdogan dalla NATO, tenendo conto dell’insofferenza di numerosi paesi all’interno di quest’ultima.

Sferrare un attacco contro l’Armenia potrebbe essere il casus belli per finire ciò che non è stato concluso nell’estate del 2016, celato dall’idea di preservazione della libertà e della democrazia dei popoli. Una simile mossa, strana a pensarci su due piedi parlando della Turchia, non sarebbe tanto fantasiosa proprio perché nel 1990 successe la stessa cosa ad un leader molto simile ad Erdogan, diventato troppo potente e quindi da eliminare. Quel leader era Saddam Hussein, il quale alleato della Casa Bianca e fomentato da Washington invase il Kuwait per poi essere messo sotto tiro dall’aviazione americana per dieci anni, fino alla sua caduta nel 2003.

Luigi Olita

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