CINA ED INDIA: IL BUSINESS DEI VACCINI

 CINA ED INDIA: IL BUSINESS DEI VACCINI

A cura di Luigi Olita 

Sin dalla fine dello scorso anno, segnato dallo scoppio della tragedia del Covid-19, è stata innescata una vera e propria guerra geopolitica di stampo sanitario. Se infatti, l’Europa e soprattutto l’Italia sono state terreno fertile per la diplomazia sanitaria russa e cubana grazie alla presenza di medici e scienziati militari arrivati da questi due Paesi per aiutare i medici italiani e condurre ricerche per l’analisi del patogeno, adesso la guerra geopolitica tra l’Occidente guidato dagli USA e l’Oriente si è spostato sull’asse vaccinale. Le case farmaceutiche occidentali con i brevetti Pfizer e Astrazeneca in prima linea non hanno sicuramente riscosso sin dall’inizio la fiducia sperata anche per i numerosi errori commessi dall’UE nella stipula dei contratti. Ciò ha creato terreno fertile per le case farmaceutiche cinesi e russe per l’espansione in Europa, avendo come primi consumatori sia l’Ungheria che la Serbia. Sia Belgrado che in particolar modo Budapest, hanno acquistato la nomea di cani sciolti proprio per essere stati i primi ad aver abbracciato il soccorso vaccinale del Dragone, dopo i primi fallimenti contrattuali di Bruxelles. L’Ungheria è salita alla vetta delle cronache per l’acquisto di un milione di dosi da Sinopharm, stessa percentuale acquistata dalla Serbia. 

A superare i due Paesi ci ha pensato inizialmente l’Ucraina che ha acquistato circa due milioni di dosi da Pechino. La Sinopharm cinese con il Sinovac non solo è sbarcata nei Balcani ma ha riscosso numerosi successi anche in Africa ed in America Latina. Pechino ha deciso di sfruttare la pandemia a scopo geopolitico e geostrategico, inviando sin da subito nei vari contesti mondiali materiale sanitario e personale medico, ottenendo il successo necessario ed aumentando la sua credibilità per assumere in un ipotetico futuro, ovviamente non lontano, il ruolo di potenza filantropica rispetto all’imperialismo americano. Il vaccino di produzione cinese, grazie alla diplomazia sanitaria di Pechino ormai aggiuntiva alla via della Seta, è riuscito a diffondersi nel Sud Est Asiatico ed in Medioriente. Ciò anche battendo nel tempo l’Occidente a causa dei tagli attuati dalle proprie case farmaceutiche e per i contratti mal stipulati dall’UE con queste ultime.

A seguire la Cina nella diplomazia sanitaria, è sicuramente l’India. Quest’ultima, segnata da un contagio galoppante, è salita agli onori delle cronache per essere forse la più grande produttrice di vaccino al mondo. A garantire al governo di Narendra Modi questa grande fama è proprio il Serum Institute of India, che ha acquistato uno zelo senza pari nella produzione vaccinale. Ciò avveniva anche prima dello scoppio della pandemia da Covid-19, poiché è stato riportato che oltre a produrre ogni anno almeno tre miliardi di dosi, circa il 60% dei vaccini distribuiti nel pianeta nascono proprio nel Serum Institute. Il Covaxin, ormai accuratamente sperimentato (con la terza fase terminata a gennaio 2021), ha portato il governo Modi a procedere alla sua somministrazione. Oltre alla produzione del Covaxin, l’India è sede di produzione anche del vaccino anglosvedese Astrazeneca, e proprio a partire dallo scorso mese di marzo ha ritardato le forniture dirette verso il Marocco, l’Arabia Saudita ed il Brasile, a causa del crescente contagio sul suolo nazionale e, proprio per questo, per la forte richiesta interna. Nonostante il vaccino anglosvedese sia stato tagliato nelle forniture per fare fronte all’emergenza interna, il Covaxin, per la sua buona risposta contro il virus e per tenere il passo con la Cina rivale, è stato utilizzato da Nuova Delhi per intraprendere la sua campagna geopolitica vaccinale verso i Paesi bisognosi di vaccino. In questo contesto la crescente diffidenza di alcuni Paesi europei verso Astrazeneca, il quale presenta comunque un tasso di trombosi inferiore ai vaccini di marca Pfizer, stanno mettendo in difficoltà la controparte americana ed Occidentale, in balia della diplomazia sanitaria cinese e russa, alla quale però Nuova Delhi potrebbe mettere i bastoni tra le ruote visti i trascorsi non molto rosei tra Cina ed India.

Luigi Olita

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