CINEMA E ARCHITETTURA – GUIDA CINEMATOGRAFICA PER UN’ARCHITETTURA UMANISTA

 CINEMA E ARCHITETTURA – GUIDA CINEMATOGRAFICA PER UN’ARCHITETTURA UMANISTA

Innumerevoli studi, articoli, saggi trattano di architettura e cinema in senso prettamente architettonico, redigendo elenchi di film girati in noti edifici, di film incentrati su noti architetti, di film dal particolare pregio scenografico. In questa rubrica vi proponiamo, invece, un’ottica più letteraria perché letteratura è investigazione antropologica e antropologia è anche architettura.

MIRACOLO A MILANO, regia di Vittorio de Sica, 1951

Un film che costò a de Sica un ingente debito economico – per via degli effetti speciali all’avanguardia affidati a tecnici americani – e un peso morale da portarsi dietro, in quanto gran parte della critica non vide di buon occhio la storia narrata, tacciata di celebrare il comunismo e diffondere all’estero un’immagine negativa di un Paese pullulato da senzatetto e abusivi. In realtà, il soggetto è di Cesare Zavattini, in quanto il film rielabora il romanzo Totò il buono, del ’43, e inizialmente prevedeva un titolo scomodo: I poveri disturbano. In questa favolistica contrapposizione tra buoni e cattivi, miseria e borghesia, interesse popolare e interesse capitalistico che si avvicenda su un fazzoletto di terra in zona Lambrate, si ravvisa un fanciullesco intento pedagogico – o quasi catartico, nell’accezione purificatrice del teatro dei Greci e dei Latini – malcelato dal descrittivismo tipico del Neorealismo, che qui assume toni più edulcorati rispetto alle altre produzioni dello stesso de Sica, o dei contemporanei quali Rossellini o Visconti. Miracolo a Milano mostra una città in cui l’imponente duomo gotico ancora si ergeva come una cattedrale nel deserto, o meglio, nella campagna, prima che la speculazione edilizia riempisse il tessuto urbano, prima che diventasse la Milano da bere degli anni 80 o la Milano dei grattacieli di Citylife e di Porta Garibaldi, quando non aveva “niente da invidiare” alle borgate romane che intanto Pasolini raccontava in Ragazzi di vita. Una Milano che era già divisa in città dei ricchi e città dei poveri – per citare Bernardo Secchi – e che fa da sfondo ad un’architettura senza architetti, quella che visceralmente lega l’atto edificatorio alla natura dell’uomo: l’autocostruzione. L’architettura vista come necessaria e funzionale – quella dei poveri –, incontaminata dai canoni estetici di bellezza formale – appannaggio dei ricchi; tuttavia, non è, questa dell’autocostruzione e dell’abusivismo, una tematica legata ad un passato ormai remoto o ad un’eterotopia: l’antropologo Andrea Staid, nel suo libro Abitare illegale: etnografia del vivere ai margini in Occidente (Milieu, 2017) fa un excursus di forme “alternative” di dimorare, definite nell’ambito dell’informalità, per sconfessare il concetto stesso di illegalità, proprio dei cosiddetti Paesi civilizzati, radicati ai postulati di burocrazia, norme, leggi, tasse, e, nella sua indagine anticonvenzionale, c’è anche Milano. Un altro miracolo l’attende?

Di Alice Corbo / Leukos

Leukos

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