CINEMA E ARCHITETTURA, “LA HAINE” E “VENUTO AL MONDO”

 CINEMA E ARCHITETTURA, “LA HAINE” E “VENUTO AL MONDO”

CINEMA E ARCHITETTURA, “LA HAINE” E “VENUTO AL MONDO”

Innumerevoli studi, articoli, saggi trattano di architettura e cinema in senso prettamente architettonico, redigendo elenchi di film girati in noti edifici, di film incentrati su noti architetti, di film dal particolare pregio scenografico. In questa rubrica vi proponiamo, invece, un’ottica più letteraria perché letteratura è investigazione antropologica e antropologia è anche architettura.

LA HAINE, regia di Mathieu Kassovitz, 1995. L’odio. Il sentimento umanosenza dubbio più disumano, nonché più diffuso, forte e primitivo, è ciò che alimenta le vicende che prendono luogo nella banlieueparigina, la periferia dove povertà e delinquenza si generano l’una dall’altra, e danno alla luce una prole scontrosa e dalle tendenze sociopatiche: tre ragazzi, Vinz, Hubert e Said, incarnano il dramma sociale cui fa da sfondo una fosca Parigi in bianco e nero. La capitale francese si sottrae dunque al clichéParigi-amore che la cinematografia ha contribuito a plasmare nell’immaginario internazionale, in maniera più o meno canonica, si pensi a Ultimo tango a Parigi e The dreamers di Bernardo Bertolucci, o a Midnight in Paris di Woody Allen, citando esempi relativamente più recenti, per rivelare l’altra faccia della mela: quella marcia, sporca e violenta, ma, forse, quella più autentica. Le monde est à voussentenzia un cartellone pubblicitario nella scena finale, chiudendo quasi profeticamente uno spaccato cittadino che per tutta la durata del film ci tiene tesi, impauriti, e ci fa incanalare la rabbia che trasuda dai quei palazzoni incolore, grevi e smunti come i visi di chi li abita. Le monde est à Nous, corregge un ragazzo che passa di lì con una bomboletta spray, lasciando un adito di speranza, lanciando un invito all’azione, più che ad una sterile riflessione.

VENUTO AL MONDO, regia di Sergio Castellitto, 2012. Sarajevo 1984, olimpiadi invernali. Gemma arriva nella capitale bosniaca per via della sua tesi su Ivo Andrić, conosce Diego e se ne innamora; i due si sposano e vanno a vivere a Roma, ma Sarajevo è al tempo stesso incantata e stregata, e nonostante la guerra che insorge nel ’92, si recano nella città sotto assedio, cui sentono di appartenere da un rapporto viscerale che li lega a quei luoghi velati e attraenti. Il dolore della guerra non si ravvisa solo nei morti per strada e nelle granate che perforano gli edifici, ma anche nell’intimità di un amore folle e ammalato, di una maternità negata, di sentimenti a lungo taciuti e poi esplosi come mine nel sottosuolo. Questo film, il quarto nella carriera di Castellitto regista e il secondo adattamento di uno dei romanzi della moglie Margaret Mazzantini, è un omaggio ad una città dolente per sua natura storico-culturale, alla sua gente burbera dall’animo buono, alla sua mesta compostezza. Perché Sarajevo non è bella, non è europea, non è musulmana, cristiana o ebrea, è fatta di silenzi tanto quanto di chiassosi mercati, è una fenice che rinasce ogni volta dalle ceneri delle sue mille contraddizioni, è un costume d’Arlecchino rabberciato con gli avanzi e cucito addosso indistintamente a minareti e campanili, tra gli ossequi della kasbah e le pretese occidentalizzanti.

di Alice Corbo / Leukos

Leukos

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