CINEMA E ARCHITETTURA, SYNECDOCHE. NEW YORK

 CINEMA E ARCHITETTURA, SYNECDOCHE. NEW YORK

Innumerevoli studi, articoli, saggi trattano di architettura e cinema in senso prettamente architettonico, redigendo elenchi di film girati in noti edifici, di film incentrati su noti architetti, di film dal particolare pregio scenografico. In questa rubrica vi proponiamo, invece, un’ottica più letteraria perché letteratura è investigazione antropologica e antropologiaè anche architettura.

SYNECDOCHE, NEW YORK, regia di Charlie Kaufman, 2008. È un gioco di parole, quello attuato dal regista Charlie Kaufman – coadiuvato da Spike Jonze nella realizzazione della pellicola – per il titolo di questo film: Schenectadyè una città della omonima contea nello stato di New York, dove si svolgono i fatti narrati, e la sineddoche è la figura retorica che muove i fili degli attori-marionetta in balìa di una squilibrata mescolanza di realtà e finzione. “Procedimento linguistico espressivo che consiste nel trasferimento di significato da una parola a un’altra in base a una relazione di contiguità intesa come maggiore o minore estensione, usando per esempio il nome della parte per quello del tutto o viceversa, il nome del genere per quello della specie o viceversa, o anche un termine al singolare invece che al plurale o viceversa”, questa è l’accurata definizione che la Treccani fornisce alla voce sinèddoche; la contaminazione che tale figura retorica suggerisce è espressa, nel film, da una sempre più terrificante intrinsecità che viene a crearsi tra la vita privata del protagonista – Caden, un ipocondriaco regista teatrale interpretato da Philip Seymour Hoffman – e la sua vita lavorativa, al punto che nessuno, incluso lui, è più in grado di capire chi sta recitando e chi sta vivendo.

La farsa si svolge su un gigantesco set, dove il drammaturgo allestisce una colossale scenografia perfettamente aderente alla realtà, e dirige gli attori in una messinscena della sua vita, in maniera minuziosa e maniacale, con l’obiettivo di realizzare la sua ultima, memorabile e autobiografica opera prima del sopraggiungere della morte, che avverte imminente. L’intento di riprodurre fedelmente le tappe della sua esistenza sfocia in un malsano vortice che inghiotte, per diciassette anni, un cast alle prese con uno spettacolo che non avrà mai alcun pubblico. E così, in una sorta dimetateatro – una tematicagià abilmente trattata nel cinema contemporaneo dalla satira fantascientifica The Truman Showesattamente dieci anni prima – si indaga imponentemente l’essenza di ogni essere, per citare le parole stesse del protagonista. Tutti sono a un tempo comparse nella vita di Caden – e nelle vite altrui – e protagonisti nella propria, in una pirandelliana frantumazione della personalità, calati in una realtà che non è mai tale in senso assoluto, perché muta a seconda di chi la guarda e come.

Leukos

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