CIVIL WAR !

 CIVIL WAR !

A cura di Luigi Olita

La giornata di mercoledì 6 gennaio 2021 rimarrà una delle più importanti e tristi della Presidenza di Donald Trump. Pagine di libri di storia saranno scritte a riguardo, soprattutto per descrivere che nel bene o nel male, la giornata di mercoledì ha segnato la completa spaccatura dell’America profonda, che da terra delle opportunità si è definitivamente trasformata in terra delle divisioni e delle disuguaglianze. Queste ultime, ovviamente, non emergono di certo adesso, ma sicuramente il 2020 ha una volta per tutte denudato l’Impero. Con il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, gli Stati Uniti d’America entrarono nella scena internazionale sicuri di avere abbattuto “l’Impero del male”, come lo soprannominò l’ex Presidente Reagan, ma allo stesso tempo, la Trappola di Tucidide che si era presentata all’inizio della guerra fredda tra USA e URSS, sarebbe ricomparsa con la Repubblica Popolare Cinese.

Sicuri di vivere un periodo di prosperità e di sicurezza dopo il declino Sovietico, gli Stati Uniti d’America, forti in politica estera ed energetica, avevano da sempre trascurato ciò che si nascondeva nei sobborghi delle loro città: il popolo. Un popolo diviso, che ad ogni tornata elettorale a volte votava turandosi il naso oppure sceglieva il candidato più somigliante alla loro quotidianità. A partire da Reagan, Bush senior, Bill Clinton, per poi arrivare a Bush junior, tutti loro in parte incarnavano una figura collegata empaticamente al popolo americano. Bush junior venne votato perché scherzava, si faceva immortalare con gli stivali ed il cappello da cowboy e mangiava cosce di pollo. Da governatore del Texas aveva ricevuto l’endorsement dei petrolieri, ma soprattutto per le sue promesse iniziali di isolazionismo venne scelto per guidare il paese. Le cose, come ben sappiamo, andarono diversamente, ma la paura dei cittadini americani per il nemico “terrorista islamico” gli concesse un secondo mandato.

Dicasi la stessa cosa per Barack Obama, il “Sogno Americano”, ma le cose andarono in modo leggermente diverso anche per lui. A novembre del 2016 nessuno si sarebbe aspettato che il presentatore televisivo e magnate newyorkese Donald Trump potesse dirigere la Casa Bianca, anzi tutt’altro. Quell’atteggiamento stravagante dava una sensazione di instabilità, ma il popolo aveva scelto. Una scelta che se ben confrontata con i suoi predecessori ha portato ricchezza alla Nazione e soprattutto ha lasciato a “pane e acqua” il complesso militare industriale. Le elezioni del 2020, le prime nella storia dove hanno votato cani, gatti ed anche i fantasmi di coloro che combatterono contro i Viet Cong lungo il Delta del Mekong hanno assegnato la vittoria al democratico Biden e da qui l’inferno. Da maggio imperversano nelle strade americane i Black Lives Matter e gli Antifa che procedono a distruggere i simboli sacri della storia Americana. The Donald continua a sostenere di aver subito una frode elettorale, ma allo stesso tempo gli avvenimenti di mercoledì hanno fatto emergere qualcosa: il popolo sta sospettando.

Il vecchio Presidente democratico Jimmy Carter, mise tempo fa in guardia dal sistema elettorale americano, definendolo tra i più insicuri al mondo difendendo indirettamente il dittatore venezuelano Maduro dalle accuse di brogli elettorali da parte della maggior parte della comunità internazionale occidentale. Dopo anni di guerre, regimi spodestati, Stati sovrani invasi e depredati delle loro risorse, il popolo, forse, ha visto in Trump un qualcuno che rispetto ai suoi predecessori ha mantenuto la promessa, cioè quella di rimanere legato al suo popolo. Quella parte di popolo ha interrotto la seduta del Congresso che avrebbe dovuto ratificare l’elezione di Joe Biden a Presidente USA, cosa poi avvenuta il giorno successivo, ed ha portato all’intervento della guardia nazionale. Secondo i media, quattro sono i morti ad ora registrati, tra cui una veterana dell’Aeronautica sostenitrice del Presidente colpita da un proiettile durante la protesta, numerosi sono stati i feriti. Nessuno si sarebbe mai aspettato di vedere l’emblema della democrazia americana, il Congresso, assaltato da gente di ogni tipo; l’ufficio della speaker della camera rivoltato a salotto con piedi sulla scrivania in segno di disprezzo ed uno sciamano, sicuramente la figura più grottesca e ridicola della giornata che, munito di bandiera Americana, capeggiava una parte di manifestanti. Numerose erano anche le bandiere dei Confederati, quelle stesse che durante la guerra civile Americana sventolavano sulle terre del Sud per pretendere la secessione dal Nord.

La secessione, dopo questi avvenimenti, in un paese ferito e sanguinante non è un fenomeno da sottovalutare. La vittoria democratica di novembre viene contestata da mezza America, e queste proteste oltre ad essere una delle tante trovate di Trump per aizzare la folla contro i suoi avversari politici, sono soprattutto il frutto avvelenato dei tanti errori commessi dagli anni novanta ad ora. Con questi scontri si è avuta la dimostrazione che il “Trumpismo” è un vero e proprio fenomeno politico, uno dei più rabbiosi se messo a dura prova. L’America, intesa come baluardo di libertà e democrazia ha esalato l’ultimo respiro dopo l’assalto al Congresso, dimostrando quanto questi valori, ormai, non esistano più nella Patria del mondo libero.

Luigi Olita

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