DISTENSIONE NEL GOLFO?

 DISTENSIONE NEL GOLFO?

A cura di Luigi Olita

Il Principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed Bin Salman ha affermato martedì 5 gennaio che gli Stati del Golfo Persico hanno firmato un accordo di stabilità e solidarietà per porre fine all’embargo contro il Qatar, attivo dal 2017. L’accordo in questione è stato raggiunto dopo un Vertice regionale degli Stati del Golfo per massimizzare i valori Arabi ed islamici. Il Kuwait ha avuto un ruolo molto importante nella mediazione per raggiungere l’accordo, infatti già da tempo si occupava di risolvere la controversia.

L’importante accordo regionale consente la riapertura degli scambi commerciali e la ripresa del flusso turistico tra il Qatar e l’Arabia Saudita. Quest’ultima aveva interrotto ogni rapporto commerciale e turistico con il piccolo Stato del Qatar nell’estate del 2017 con l’accusa di finanziamento al terrorismo islamico e soprattutto di avere stretto legami solidi con la Repubblica Islamica dell’Iran, arcinemico di Rihad. A seguire l’Arabia Saudita nella decisione di sospendere le relazioni con il Qatar, furono anche Bahrein, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Gli Stati Uniti d’America, insieme alla diplomazia del Kuwait, hanno avuto un ruolo molto importante nella mediazione tra le monarchie del Golfo; infatti è stato proprio il Presidente Americano Trump a chiedere alle due monarchie di accantonare i dissidi di questi anni per essere uniti contro la minaccia iraniana.

La firma dell’accordo tra le monarchie del Golfo costituisce un ultimo successo diplomatico per il Presidente Trump dopo le elezioni di novembre che hanno sancito la vittoria democratica di Joe Biden. Importante per la riuscita della vittoria diplomatica è stato sicuramente il forte rapporto instaurato tra il Presidente Americano ed il principe Saudita Mohammed Bin Salman. Infatti dall’inizio della sua Presidenza, Donald Trump ha stretto molto con l’erede al trono, anche grazie alla vendita di armi alla monarchia Saudita. La riconciliazione tra Doha e Rihad pone su un piano diverso sia gli Emirati Arabi Uniti che l’Egitto, due potenze che seguirono l’Arabia Saudita per isolare il Qatar. Infatti Abu Dhabi non vede di buon occhio Doha, soprattutto per il suo sostegno ai Fratelli Musulmani e ad altri gruppi fondamentalisti considerati fattori di destabilizzazione per la regione. Stessa cosa per l’Egitto, infatti il Presidente Al Sisi considera dannosi gli eventi di riconciliazione tra le monarchie del Golfo. Al vertice del Consiglio di cooperazione degli Stati Arabi del Golfo, il ministro degli affari esteri del Cairo non ha accolto con favore l’accordo, inteso come troppo morbido verso il Qatar, il quale ha rifiutato la richiesta di chiudere il canale televisivo Al Jazeera e soprattutto continuerà a sostenere i Fratelli Musulmani, i quali sono stati banditi dall’Egitto dal Presidente Al Sisi.

In questo scenario la diplomazia di Rihad sembra voler correre ai ripari visto l’imminente cambio di Presidenza a Washington; infatti il Presidente eletto Joe Biden fu una delle personalità che denunciò le violazioni di diritti umani in Arabia Saudita ed allo stesso tempo la guerra in Yemen iniziata nel 2015 contro i ribelli Houty, inseriti nella lista delle organizzazioni terroristiche. Vista la poca simpatia del Presidente eletto verso il Regno Saudita, le scelte di Rihad mirano ad una distensione, ma allo stesso tempo anche cercare di tamponare la crescita degli Emirati Arabi Uniti. Questi ultimi, primi nel siglare gli accordi con Israele, si sono trasformati nei veri interlocutori tra il mondo Arabo e quello occidentale. Rihad, ancora restia nel siglare un accordo con Tel Aviv, e tenendo fede al sostegno verso il popolo Palestinese, rischia di diventare un fanalino di coda all’interno del mondo Arabo, dominato dalla diplomazia Emiratina e dal Principe ereditario Bin Zayed.

Luigi Olita

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