IL BOATO DELLA PAURA

 IL BOATO DELLA PAURA

19.34. Il terremoto del 23 Novembre del 1980. La vita di tanti, troppi, si fermò quel giorno. Accadde quarant’anni fa. Un ricordo terribile della mia vita. Chiaro ed indelebile come solo poche altre cose restano. Era di domenica. La mia famiglia era seduta intorno al tavolo della cucina con un cugino ospite. Io guardavo la sintesi del secondo tempo della partita Juve–Inter.Allora non c’era sky e non c’era il web. Il calcio lo si vedeva alle 19 con una sintesi di una partita di serie A, le altre le avevamo viste al 90esimo minuto. Giocavano tutte nel pomeriggio. Ricordo un rombo di tuoni provenire da lontano. Ma non erano esattamente tuoni, il suono ci arrivava in casa come smorzato. Un boato pauroso. Fu un attimo: già nel fotogramma immediatamente successivo, c’è il lampadario che sembra cadere, le mura che percorrono metri di oscillazione.

A quel punto mio padre si alzò di scatto: “E’ il terremoto!” disse. “Terremoto” una parola strana che non avevo mai sentito. Ma mio padre, ripetendola, alzava sempre di più la voce. Lo seguimmo nel corridoio. Perché lui, agitando le mani, ci ordinava di uscire. Mia mamma prese in fretta dei cappotti, forse una coperta. Ci chiudemmo alle spalle la porta e fummo sul pianerottolo buttandoci verso il vano delle scale. Stavamo al quarto piano. “Le scale, le scale!” urlò.Rischiammo. Non avevamo le giuste informazioni che le scale sarebbero potute essere la nostra fine. Mi sembrava che le scale si moltiplicassero e l’uscita non arrivasse mai. Quando raggiungemmo il marciapiede, alzai gli occhi verso il cielo. Per un attimo ebbi paura che quei palazzi intorno a noi potessero crollare e seppellirci.

Rimanemmo in macchina la notte. Mio padre risalì nell’appartamento con grande coraggio per spegnere il gas. Poi ci trasferimmo in campagna da una zia di mio padre. In quel posto trascorremmo quasi tutto l’inverno.Di quell’anno non mi ricordo del Natale, né del presepe o del Capodanno. Non ho memoria di nessun festeggiamento. Mi ricordo che tornammo a casa poco prima di Febbraio. Tanti, quella notte e molte altre che seguirono, dormirono in auto per la paura di nuove scosse. Quello che non nessuno riusciva a sopportare era l’idea che il terremoto, quel nemico invisibile e oscuro, ci avesse colpito nel posto dove ci sentivamo da sempre più al riparo: la nostra casa.

La mia generazione, che ha “sentito” le scosse di quel terremoto, è cresciuta con la coscienza che i nemici non sono tutti visibili. E con l’insicurezza che da un momento all’altro, anche senza nessun preavviso, tutto possa cambiare. Sono passati tanti anni, guardando dietro di noi il 23 Novembre del 1980 appartiene ad un’altra epoca. E anche se di quel giorno ancora resistono delle macerie, il mondo intorno è completamente cambiato. Da allora, le case sono state costruite sempre con maggiore perizia. Ma questo non ha impedito alle persone di rimanere sotto le rovine di nuovi terremoti. Anche se abbondantemente avvertiti, facciamo ancora fatica a comprendere la pericolosità dei nemici invisibili. 

La terra tremò per un minuto e mezzo con una magnitudo di 6,9 gradi e un grado X sulla Scala Mercalli, che registra l’impatto della devastazione. Circa 3000 morti, quasi 9000 feriti, 280.000 sfollati, un epicentro registrato tra i comuni di Teora, Castelnuovo di Conza e Conza della Campania, in Irpinia, con ripercussioni su Campania e Basilicata. Un terremoto che ha segnato un prima e un dopo non solo per i territori investiti, ma per il Paese: dalla solidarietà dell’intera comunità italiana al disastro dei soccorsi, che impiegarono giorni ad arrivare nell’entroterra distrutto, nacque l’iter che portò alla Protezione Civile, ma poi seguì l’infinita epopea della Ricostruzione, tra corruzione, malaffare, interessi della grande criminalità organizzata. Nel mezzo il primo discorso di un Presidente della Repubblica contro l’operato del Governo, quello che Sandro Pertini fece a caldo dopo aver visitato le aree colpite.

di Giovanni Salvia

Giovanni Salvia

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