IL BRANCO, IL GRUPPO E I VALORI DIMENTICATI

 IL BRANCO, IL GRUPPO E I VALORI DIMENTICATI

In questi ultimi giorni l’opinione pubblica nazionale e regionale è stata scossa da due aberranti casi di cronaca: il brutale assassinio di Willy Monteiro Duarte e la bestiale violenza perpetrata a Marconia ai danni di due ragazzine inglesi di soli 15 anni. Due casi che per atrocità e barbarie hanno conquistato le prime pagine della cronaca nazionale, ma sono purtroppo tanti i casi di violenze e depravazione che costellano continuamente la vita delle nostre comunità e non assurgono alla visibilità di Tg e giornali solo perché non denunciati o solo perché non ci scappa il morto. Una vita quella di molti nostri giovani condotta nell’incuranza o, addirittura, nel rigetto delle regole più elementari della convivenza civile e non guidata da alcun principio valoriale morale, etico o esistenziale.

I valori rappresentano la prima base della nostra esistenza, ritraggono credenze profonde e convinzioni forti sulle quali costruiamo le nostre categorie di bene e male, di giusto e sbagliato, di opportuno e inopportuno. I nostri comportamenti, le nostre scelte, le nostre azioni all’interno del contesto sociale dipendono dai nostri valori, da quello che è veramente importante nella nostra vita. I valori però non sono innati, dipendono in primo luogo dall’educazione ricevuta, dall’esempio che riceviamo dai nostri genitori e dal contesto relazionale in cui viviamo nei nostri primi anni di vita. Inoltre, possono dipendere anche da altri fattori: l’esperienza di vita e condizionamenti esterni. Dopo i 18/20 anni i valori tendono ad essere stabilizzati e formati nella persona.

Purtroppo in questi anni convulsi del nuovo secolo stiamo assistendo via via ad un depauperamento valoriale nelle giovani generazioni. A tal proposito scriveva un genio italico quale Rita Levi Montalcini: “Il male assoluto del nostro tempo è di non credere nei valori. Non ha importanza che siano religiosi oppure laici. I giovani devono credere in qualcosa di positivo e la vita merita di essere vissuta solo se crediamo nei valori, perché questi rimangono anche dopo la nostra morte”. I decision maker politici, i sociologi, gli psicologi, la Chiesa, la comunità tutta oggi hanno il dovere non di giustificare, non di arrabbiarsi, non di punire, ma di chiedersi dove si sia sbagliato nell’applicare i canoni educativi somministrati ai nostri giovani in questi due decenni del nuovo millennio. Bisogna chiedersi perché per anni si sono abbandonati i giovani a se stessi senza dargli un modello di vita sicuro da seguire, perché si sono lasciati soli milioni di adolescenti nelle disperate ed invivibili periferie delle nostre metropoli alla mercé di esempi che nulla hanno a che fare con la normalità della convivenza civile.

Qual è la vita ed il futuro che si promette ai nostri giovani? Se è quella della disoccupazione e dell’impossibilità dell’autorealizzazione dei propri desideri non possiamo come società che arretrare. La società, la politica e la cultura dovrebbero dare modo alle fasce più giovani, attraverso strategie e modelli positivi, di riappropriarsi dei valori esistenziali, delle radici profonde dell’essere umano. Bisognerebbe insegnare la fiducia, la gioia, il rispetto dell’altro, l’integrità, la dignità, l’onestà e, a volte, anche a saper perdere. Solo così si potrà uscire dal becerume di una vita dove conta solo l’io e dove i modelli a cui vengono esposti i nostri ragazzi farebbero inorridire il più spietato dei serial killer. La subcultura creatasi nelle nostre città, grazie alla miopia dei nostri leaders, ha creato questa situazione di trionfo della violenza e delle prevaricazioni, dove la legge del più forte la fa da padrone. E’ giunto il momento che politica, scuola e famiglia riprendano a fare la loro parte nella formazione di un’identità culturale e sociale. E’ necessario, esiliare dalla vita delle giovani generazioni i falsi profeti e le inculture infette e ripristinare una formazione e un’educazione che indirizzino le giovani generazioni ai veri e sani valori dell’esistenza.

di K. von Metternich

K. von Metternich

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