IL CEDRO INFUOCATO

 IL CEDRO INFUOCATO

A cura di Luigi Olita. 

Martedì 4 agosto, la capitale del Libano, Beirut, è stata segnata da una potente esplosione che ha distrutto parte del principale porto della capitale, hub molto importante per il commercio internazionale, innescando un magnitudo di 4.5 punti sulla scala Richter. La causa della tragedia Libanese, ribattezzata Beirutshima, per laviolenza dell’esplosione e del visibile fungo atomico presente nei video che hanno fatto il giro del mondo poche ore dopo l’accaduto, è stata associata alla deflagrazione di un deposito contenente 2750 tonnellate di nitrato di ammonio, posto nei pressi del porto della capitale. Il cristiano maronita Michael Aoun, presidente della Repubblica, ha condannato l’accaduto parlando di severe punizioni che saranno inflitte ai responsabili se dovessero emergere eventuali manovre di intelligence militare o terrorismo. Al momento le indagini sono in corso da parte dello Stato maggiore della difesa libanese e del Consiglio supremo giudiziario.

Le principali cancellerie europee attraverso le rispettive diplomazie, hanno espresso solidarietà al Libano: la Germania, con il ministro degli affari esteri Heiko Maase la cancelliera Angela Merkel, scioccata per l’accaduto; l‘Italia con il ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Luigi Di Maio, in contatto immediato con il ministro degli affari esteri Libanese Charbel Wehbe, nel massimo cordoglio e profonda solidarietà, ha ricordato che “i due voli militari atterrati a Beirut, con un team di soccorritori ed un carico da 8.5 tonnellate di materiale sanitario, si aggiungono ai quantitativi già messi a disposizione dal contingente italiano impegnato nella missione UNIFIL”; la Franciadel presidente Macron si è mossa con anticipo rispetto alle omologhe nazioni, inizialmente con l’attività diplomatica svolta dal capo del Quay D’Orsay Jean Yves Le Drian, e subito dopo con la visita del capo dello Stato Francese in Libano per esprimere vicinanza e solidarietà al popolo ferito. 

Allo stesso tempo, il viaggio di Macron, dal punto di vista geopolitico, ha voluto permettere alla longa manusfrancese di guadagnare la fiducia di un Popolo in ginocchio e porlo sotto l’ala protettiva dell’ex potenza mandataria in un periodo di crisi economica e sanitaria a causa del covid-19 e della posizione geostrategica mediterranea all’interno della guerra tra lo Stato di Israele ed Hezbollah. La contesa tra lo Stato ebraico ed il partito di Dio Hezbollah dura dal 1982, quando nacque la formazione sciita libanese per combattere le IDF, forze di difesa israeliane, al confine tra Libano ed Israele. Nel corso degli anni, l’ala militare di Hezbollah è diventata la forza bellica più potente nella Repubblica del Libano, tanto da riuscire a superare anche l’esercito regolare Libanese, ponendosi a sud del paese come principale forza sciita, in un territorio composto dal 27% di sunniti e dal 27% di sciiti. 

Oltre a disporre di una potente macchina da guerra, il Partito di Dio ha messo in atto la costruzione di scuole ed ospedali nel territorio libanese sotto l’impulso del suo segretario di partito Hassan Nasrallah. Tale forza politica e militare ha messo a segno, nel corso degli anni, diversi attentati terroristici, tra i quali la carneficina dei marines americani e di alcuni paracadutisti francesi di stanza in Libano nel 1983, comandati dall’ex segreterio alla difesa dell’amministrazione Trump James Mattis. Quest’ultimo espresse toni molto duri nei confronti del partito sciita Libanese, accusato di essere il responsabile dell’omicidio dell’ex premier Libanese Rafiq Hariri, avvenuto 14 febbraio 2005, con la sospetta collaborazione dei servizi segreti siriani, sebbene l’attentato sia stato smentito in questi giorni dal tribunale dell’Aia per insufficienza di prove. A causa di ciò il partito di Nasrallah è stato etichettato come organizzazione terroristica dalla maggior parte delle potenze europee, dagli USA e da Israele.

Queste ultime due nazioni, alleate dal lontano 14 maggio 1948, anno delle fondazione dello Stato ebraico, rivolgono costantemente un’attenzione verso il Libano, in special modo Israele verso il porto di Beirut, dal quale passa l’85% del commercio del grano del paese, maggiore concorrente e minaccia dal punto di vista commerciale per il porto israeliano di Haifa. Il porto di Beirut rappresenta comunque un solido bastione per le necessità quotidiane di energia e di sostentamento del Libano, oltre ad identificare, come accennato poc’anzi, una minaccia dal punto di vista commerciale ma anche geostrategica per la politica estera americana verso Oriente, dove la Cina sta attuando una rapida avanzata verso Ovest e sta tentando di inserirsi nella fascia costiera orientale del Mar Mediterraneo, proprio verso il porto di Beirut, grazie alla strategia della Nuova Via della Seta. Al fine di rallentare le pretese cinesi verso il Mediterraneo orientale, gli USA hanno recentemente intimato Israele di annullare il contratto di Haifa con la Repubblica popolare Cinese, nonostante il porto di Beirut rappresenti l’appoggio principale affinché la Cina subentri come attore principale nel Mediterraneo. Quindi, la strategia migliore per il dipartimento di Stato e per il pentagono, sarebbe quella di invadere il porto della capitale Libanese, o in extrema ratio, danneggiarlo militarmente.

Questa parentesi sulla strategia cinese nello scacchiere Mediterraneo, che coinvolgerebbe anche il Libano, dovrebbe aprire, senza puntare direttamente il dito contro le potenze occidentali, almeno una pista riguardo l’esplosione causata da attori esterni, ipotizzando i più accreditati a compiere una simile azione a tutela dei loro interessi geopolitici e geoeconomici. Ovviamente il principale indiziato pare essere Israele che, come affermato precedentemente, è in lotta con Hezbollah e segue una dottrina di Stato molto importante per la sua sopravvivenza, la Dottrina Begin, secondo la quale i nemici di Israele devono essere attaccati ancor prima che possano minacciare la sua sicurezza nazionale. Una sorta di dottrina della guerra preventiva americana teorizzata dagli strateghi Neocon dell’amministrazione Bush (2000-2008), in salsa israeliana.

Al di là delle strategie geopolitiche messe a punto nella regione dai principali attori, piccoli e grandi, il paese dei cedri dopo quest’ultima tragedia ha registrato 178 morti e circa 7000 feriti, ingenti danni materiali, tra i 3 ed i 5 miliardi di dollari, e circa 300.000 libanesi senza tetto. Iraq, Giordania, Kuwait, Iran ed Israele, il quale con questa mossa ha spiazzato la maggior parte dei protagonisti della zona, hanno deciso di inviare aiuti al paese ferito, con il sostegno della Repubblica italiana, rappresentata da un corpo di vigili del fuoco, aggiunto al contingente italiano dell’UNIFIL in soccorso di un popolo che non ha mai smesso di soffrire.

Redazione

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