IL GRANDE GIOCO NELLA TERRA DEI PAPAVERI 

 IL GRANDE GIOCO NELLA TERRA DEI PAPAVERI 

A cura di Luigi Olita 

Il pantano afghano, in atto dal 7 ottobre del 2001 è sicuramente l’impresa militare più lunga della storia americana. L’invasione del “Paese dei papaveri”, avviata dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre da parte di Al Qaeda, ha portato, a tutti gli effetti, ad un nulla di fatto. Infatti, il governo afghano, si trova a dover trattare e combattere contemporaneamente con i Taliban, i quali cercano di ottenere una legittimazione nel panorama afghano, garantendosi come vero interlocutore soltanto il Pakistan. Se le trattative di Doha, iniziate all’inizio del 2020 hanno portato la diplomazia americana del fu Donald Trump a stringere accordi per calmare le acque nel posto più pericoloso del pianeta, tenendo fede alla promessa del Tycoon di terminare l’era delle guerre infinite, anche altri attori sono alla ricerca di un bottino di guerra.

Uno dei più importanti che ha intrattenuto sin da subito rapporti con i Taliban, veri padroni dell’Afghanistan, è proprio la Russia di Putin; infatti tra le mosse diplomatiche fondamentali del Cremlino c’è la proposta della creazione di un governo nazionale composto da autorità afghane e talebani, affermato da Zamir Kabulov, inviato speciale del Presidente Putin a Kabul. La cosa più eclatante è sicuramente l’approccio americano alle mosse diplomatiche russe; infatti l’inviato speciale americano per l’Afghanistan Zalmay Khalilzad ha, insieme al Segretario di Stato Anthony Blinken, approvato l’azione di Mosca, seguendola a ruota. Con la Casa Bianca in mano ai democratici, i quali seguono la scia dell’Internazionalismo liberale e l’interventismo tralasciato da Trump, l’aumento delle truppe USA nella regione non dovrebbe però essere tanto disatteso. L’atteggiamento americano nel proseguire con i piedi di piombo rispetto alla Russia, seguendo però le sue orme, sta nella tentazione di non commettere ulteriori passi falsi, che vengono compiuti da almeno vent’anni. Anche l’inserimento dell’India, come forte interlocutore, all’interno dei colloqui di Pace con i talebani, è una scelta seguita dagli USA ma portata avanti soprattutto da Mosca, con l’obiettivo di controbilanciare la diplomazia pakistana, punto di riferimento dei vertici talebani. All’interno di questo “Grande Gioco” allargato, anche la Turchia, forte attore regionale, non può essere trascurata; infatti quest’ultima potrebbe ospitare i vari colloqui tra la parte occidentale e governativa afghana, con la presenza dei vertici talebani. L’ascesa dell’India nella partita afghana è fondamentale per gli USA sia per controbilanciare Islamabad, sia per contenere la storica avversaria di Nuova Delhi: la Cina di Xi. La Turchia, ormai punto di riferimento dell’Islam radicale e sunnita, sarebbe un ottimo interlocutore per i talebani, i quali oltre ad essere i veri e storici padroni del vecchio Emirato Islamico dell’Afghanistan, sono quasi sulla stessa linea radicale religiosa della Turchia. Il ruolo della Cina nel Grande Gioco, attiva sin dallo scorso anno nei negoziati, contribuisce a tenere alta la tensione; infatti proprio lo scontro tra USA e Cina, oltre a proporre l’Afghanistan come ennesimo campo di battaglia in territorio Asiatico, aumenterebbe la possibilità da parte della Russia e della Turchia di accaparrarsi gli spazi maggiori nel territorio, ponendosi come gli interlocutori più credibili. L’aumento delle truppe americane, a cui si contrappone l’inarrestabile “diplomazia sanitaria” di Pechino e la credibilità del Cremlino, è la sola strategia attendibile per evitare che il paese più martoriato del pianeta finisca nelle mani sbagliate, e soprattutto garantisca che la tradizione imperialista iniziata vent’anni fa con Bush, continui con Biden, senza trovare mai una fine.

Luigi Olita

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