IL VIETNAM AFGHANO DA TRUMP A BIDEN

 IL VIETNAM AFGHANO DA TRUMP A BIDEN

A cura di Luigi Olita

La guerra in Afghanistan iniziata il 7 ottobre del 2001 diede avvio alla “guerra al terrore” dell’amministrazione di George W. Bush. Dopo gli attentati dell’11 settembre, lo sceicco del terrore, Osama Bin Laden, si rifugiò in Afghanistan “coperto” dal governo tribale dei talebani, scatenando la violenta reazione americana. Sia Bin Laden, sia i talebani erano in stretti contatti a quel tempo con gli USA; infatti erano stati arruolati dalle forze di sicurezza americane per combattere contro gli invasori sovietici tra le montagne afghane nel 1979. Le creature partorite nel 1979 dal governo americano, che vedevano come principale architetto il vecchio consigliere per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Carter, Zbigniew Bzerinsky, sfuggirono di mano proprio ai loro creatori.

Gli attentati che vedevano coinvolto Bin Laden sia in Kenia, sia contro la USS Cole, furono un’anteprima alla tragedia dell’11 settembre. L’uomo addestrato dalle forze speciali americane anni addietro accusava gli americani di essere infedeli e di non rispettare la legge islamica, puntando il dito soprattutto verso il suo luogo di nascita, l’Arabia Saudita. Quest’ultima sin dai tempi di Franklin Delano Roosevelt aveva stretto buoni rapporti con gli USA, e la stabilizzazione di truppe americane (colpevoli di avere infangato la tradizione islamica) in territorio Saudita, aveva portato Osama ad organizzare una vendetta contro i suoi stessi creatori. Dopo la presidenza Bush, la guerra al terrore fu continuata anche dal suo successore Obama, il quale ebbe il merito di avere portato a segno l’uccisione di Bin Laden nel maggio 2011 ad Abbottabad, in Pakistan.

La posizione di Donald Trump è attualmente la meno interventista nel paese dei papaveri, infatti proprio in questi giorni è stato affermato che gli USA ridurranno le truppe in Afghanistan ed in Iraq a 2500 unità effettive, a partire da 15 gennaio. La dichiarazione del segretario alla difesa ad interim, Christopher Miller, conferma la promessa fatta dal Presidente Trump sia durante la sua campagna elettorale, sia in questi quattro anni alla Casa Bianca. Se ciò dovesse avverarsi, sarebbe un primo piccolo successo per gli USA che dall’inizio dell’operazione Enduring Freedom hanno pianto numerosi caduti, sia per lo stesso l’Afghanistan.

LA CONFERENZA DI DOHA

Un secondo successo è sicuramente la conferenza di Doha, iniziata a febbraio di quest’anno; infatti l’amministrazione Trump ha siglato uno storico accordo di pace con il governo tribale dei talebani proprio nella capitale del Qatar. Le delegazioni, che comprendevano il segretario di Stato americano Pompeo, ed un gruppo di 31 talebani hanno dato inizio alla fine delle ostilità con il governo americano. Gli obiettivi principali dell’accordo di Doha rimarcano il completo ritiro delle truppe USA dall’Afghanistan entro la metà del 2021, e la rinuncia da parte dei talebani a qualsiasi atto di violenza ed avviare colloqui con il governo Afghano. Lo scenario tra i mesi di febbraio-marzo è stato estremamente delicato proprio per evitare gli stessi avvenimenti degli anni novanta, che videro l’assassinio del Presidente Mohammad Najibullah. I colloqui con i talebani sono iniziati con non pochi malumori, soprattutto perché l’ex segretario alla difesa Mark Esper avvertì che gli USA non avrebbero esitato a riprendere le ostilità se l’accordo fosse stato violato.

Uno dei problemi principali dell’incontro di Doha è stato proprio il venire meno del governo di Kabul. Infatti le trattative principali sono state condotte dalla diplomazia statunitense, preferita dai talebani rispetto al governo Afghano; infatti quest’ultimo viene ritenuto nemico giurato dai talebani da più di trent’anni, sia per la sua prima alleanza con l’URSS, ed in seguito per essere stato manovrato come un fantoccio dagli USA. Il ruolo della NATO sarà fondamentale poiché gli Stati membri si attiveranno per procedere ad addestrare le forze di sicurezza afghane, compensando il ritiro dei militari USA.

L’INCONTRO CON IL GOVERNO DI KABUL.

Dopo mesi di stallo, il 12 settembre sono ricominciati i colloqui tra i talebani ed il governo Afghano, dopo un primo incontro con i diplomatici americani. I punti da risolvere tra i talebani ed il governo di Kabul sono stati quello dell’organizzazione dello Stato ed il ruolo della donna all’interno della società; infatti Kabul sostiene che l’Afghanistan debba rimanere una Repubblica democratica mentre i Taliban sostengono l’instaurazione di una teocrazia islamica basata sulla Sharia. Le elezioni presidenziali USA, che vedono vincitore Joe Biden, potrebbero cambiare le carte in tavola durante questi negoziati, proprio per il programma politico del vincitore democratico. Biden, infatti, sarebbe orientato a non ridurre il numero di truppe americane in modo così drastico, proprio per portare avanti la visione di libertà e sicurezza dei popoli, tanto cara al governo americano democratico. Se il programma di Joe Biden sarà rispettato, l’impegno in Afghanistan rimarrà tale, oppure verrà cambiata la strategia, seguendo le orme del predecessore Obama, impiegando più forze aeree e meno unità convenzionali.

Luigi Olita

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