LA GUERRA DELL’ACCIAIO

 LA GUERRA DELL’ACCIAIO

A cura di Luigi Olita 

Il ruolo della Cina all’interno dello scacchiere internazionale è cambiato nel corso degli anni. Non solo la crisi pandemica ha reso la Cina la vera vincitrice dello scontro geopolitico tra il Dragone e gli USA, ma le ha fatto innescare il turbo anche rispetto all’UE. Tra le varie potenzialità di Pechino c’è sicuramente la sua grande capacità di produzione dell’acciaio; infatti proprio lo sviluppo del settore siderurgico ha permesso alla Cina di riuscire a fare fronte alle sfide economiche e commerciali e soprattutto affrontare la ripresa economica. Il 2020, secondo un rapporto del Metallurgical Industry Planning and research Institute, avrebbe visto da parte della Cina un aumento della produzione dell’acciaio di circa il 9,6% su base annua. Sempre secondo gli esperti, come riportato da Inside Over, il consumo dell’acciaio in Cina durante l’anno 2021 sarebbe aumentato dell’uno per cento, raggiungendo la quota di 991 milioni di tonnellate. Lo scoppio dell’epidemia che ha segnato la prima metà del 2020 ed ha messo in ginocchio la maggior parte del commercio internazionale ha visto il settore della metallurgia e siderurgia in forte tensione, provocando dunque una forte inflazione. 

La forte produzione dell’acciaio da parte di Pechino ha confermato il suo primato, iniziato sin dal 2018. La notizia assesta un duro colpo all’Europa e soprattutto all’Italia che con Arcelor Mittal mantiene comunque il primato di colosso vero e proprio con la cifra di 96,4 tonnellate prodotte ogni anno. Il Dragone si conferma il vero padrone incontrastato con le sue aziende in grado di accerchiare il potere di Arcellor Mittal. La crescita inarrestabile del Dragone ha messo ovviamente in allarme sia Bruxelles che Washington, le quali hanno optato di unirsi per contrastare Pechino. Tra Usa ed UE è stata infatti raggiunta una nuova intesa sui dazi per bloccare le mire di Pechino, in modo tale da continuare la politica di guerra commerciale iniziata da Donald Trump e non di certo disprezzata dalla nuova amministrazione democratica. Sin dall’insediamento di Joe Biden, il Segretario di Stato Anthony Blinken aveva espresso apprezzamento per le azioni dure di Trump verso Pechino al fine di bloccare la sua inarrestabile crescita, concretizzata ancora di più con la pandemia da Covid-19

In questo contesto, che vede l’UE sul piede di guerra con Pechino riguardo la guerra dell’acciaio, l‘Italia, con la sua ex Ilva si lecca le ferite sia per l’indebolimento provocato dall’acquisto strategico da parte di Arcellor Mittal e dunque spostando l’asse della produzione di acciaio e la sua vendita verso altre rotte, sia per le ultime dispute tra governo ed ex Ilva. In questo caso la forte concorrenza portata avanti da Pechino, e le azioni dell’India hanno messo in ginocchio il mercato siderurgico italiano. Il braccio di “acciaio” tra i tre Paesi è dettato da una questione di prezzi, inferiori rispetto a quelli europei e soprattutto per fare fronte al mercato interno. Con ciò, Pechino ha aumentato la sua produzione di acciaio da 577 milioni a 928 tonnellate l’anno, depennando dunque il mercato europeo. In questo caso, le cose per l’Europa potrebbero mettersi male, poiché l’export crescente di Pechino mette in ginocchio l’Europa, con una inflazione del ferro dovuto ai dazi ed un aumento di costo per le aziende pari al   nell’ultimo anno, dunque rendendo sofferente tutto il settore siderurgico e quello dell’indotto.

Luigi Olita

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