LA POLITICA DOPO LE ELEZIONI REGIONALI

 LA POLITICA DOPO LE ELEZIONI REGIONALI

Elezioni regionali 2020: i giochi sono fatti nelle sette Regioni interessate dal voto. Alla fine è stato un 3 a 3. Alle elezioni regionali il centrodestra conferma la presidenza della Regione Veneto e della Liguria, conquistando inoltre le Marche. Il centrosinistra si conferma in Campania, Puglia e Toscana. Vincendo le due sfide più attese e, secondo i pronostici, più in bilico, grazie all’elezione di Michele Emiliano in Puglia e di Eugenio Giani in Toscana. In Campania stravince Vincenzo De Luca, così come si affermano nettamente Luca Zaia in Veneto e Giovanni Toti in Liguria. I governatori uscenti non hanno fallito e hanno perfino aumentato le preferenze. La novità è la vittoria di Francesco Acquaroli, deputato di Fratelli d’Italia, nelle Marche: Regione strappata al centrosinistra.

Il Centrodestra ora ha 15 Regioni su 20 ed è un risultato importante a livello politico. La tendenza pare premiare Fratelli d’Italia, in parte Lega e Forza Italia ma comunque un centrodestra che non sfonda ma mantiene la maggioranza nel Paese, dall’altra parte continua la debacle dei Cinque Stelle caduti nell’abbraccio mortale del Pd che si è rivitalizzato. Italia Viva non decolla. Riguardo Matteo Salvini, per la seconda volta il capitano incespica nel tentativo di espugnare il “fortino rosso”: dopo Lucia Borgonzoni in Emilia Romagna, non ce la fa neppure la “leonessa” Susanna Ceccardi. Due donne, due stili, due diverse campagne elettorali, questa assai più soft per non spaventare i moderati, due sconfitte che comunque sarebbero state delle imprese.

Forse una riflessione vale la pena di essere tradotta: per il centrodestra, nel Mezzogiorno, servono un linguaggio e persone nuove. Un invito al “rinnovamento” magari fondato. Il progetto di Lega Nazionale sul modello lepeniano non sfonda, i toni responsabili e l’assenza di incursioni al citofono non lo premiano. A Nord, l’unico pronostico rispettato è quello che vede Zaia oltre il 70% con la sua lista personale, pur “scippata” dei pezzi più pregiati come consiglieri e assessori, intorno al 47%, vale a dire il triplo delle liste ufficiali del partito boccheggianti intorno al 15%. Un plebiscito atteso ma non per questo meno doloroso per la segreteria nazionale, per quanto Fontana si affretti a negare dualismi. A Sud, l’apporto elettorale delle truppe padane è poco influente.

Da parte sua Giorgia Meloni, dopo una campagna elettorale e referendaria all’insegna della cautela, decide di dare la zampata. Prima circoscrive il campo da gioco: “Vittoria! Le Marche si tingono di Tricolore”. Poi mette fieno in cascina: “Da nord a sud FdI è l’unico partito che cresce. Sullo sfondo resta Forza Italia, che galleggia in un range tra il 6 e il 7%: non c’è la paventata disfatta, il fuggi fuggi sarebbe scattato sotto il 5%. Alle elezioni con quale gerarchia di coalizione si andrebbe? E con quale candidato leader? Salvini è spompato, stanchissimo dopo una campagna elettorale in cui, gli va dato atto, non si è fisicamente risparmiato. Meloni ha mancato l’occasione di invertire il peso dei due partiti, o almeno riequilibrarlo, e le toccherà pazientare ancora un po’. Silvio Berlusconi, nonostante l’età e le ultime vicissitudini di salute, mantiene la presa su una Forza Italia di nicchia ma decisa a farsi valere sulle prossime battaglie (in primis la legge elettorale).

Dall’altra parte in caduta verticale i Cinque Stelle che speravano di salvare il salvabile con la vittoria referendaria ma appare evidente che sono in netto calo di appeal. Non decollano Italia Viva e Calenda mentre si rimpingua il Pd. Nicola Zingaretti al Nazareno non riusciva a nascondere un grosso sorriso perché a pensare dove era il Pd post Renzi di due anni fa oggi e tutta un’altra storia. Intanto da domani per il Pd e per il governo si aprirà la partita, non facile, della “stagione di riforme”, della legge elettorale, delle rivendicazioni di chi vorrà pesare di più. Vedremo se si faranno i fatti tanto decantati e promessi. Del resto il trend anche nelle comunali resta piuttosto invariato, anche nelle grandi città al voto o vince il centrodestra o si va al ballottaggio, due sole eccezioni: Mantova e Trento. Nessuno sopporterebbe una stagione di non riforme dopo questo referendum.

di Dennis Romano

Dennis Romano

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