LA POLVERIERA SIRIANA E LE SFIDE DI PUTIN

 LA POLVERIERA SIRIANA E LE SFIDE DI PUTIN

A cura di Luigi Olita

La guerra in Siria, iniziata nel 2011, ha visto come primo obiettivo da parte dell’occidente il rovesciamento del Presidente Bashar Al Assad. Il “Macellaio di Damasco”, così soprannominato dal giornalismooccidentale non è mai stato un uomo dai modi generosi, la politica attuata da quando salì al potere è stata dettata da una serie di azioni per contrastare i vari potentati presenti in Siria. Alla morte del Presidente Hafez Al-Assad, generale dell’aviazione siriana formato ed addestrato in URSS e che prese il potere nel 1970 con un colpo di Stato a Damasco, il successore designato fu il figlio Basil. Quest’ultimo, morì in un incidente stradalenel 1994, venendo perciò sostituito dal giovane fratello Bashar, che stava ultimando gli studi a Londra.

Hafez Al Assad aveva portato al potere il clan alawita, vicino all’Islam sciita, ed aveva riorganizzato l’amministrazione Siriana circondandosi di uomini a lui fedeli, per la gran parte militari facendo largo uso del mukhabarath (servizio segreto in arabo) per assicurare la tenuta del potere. La Siria del giovane Bashar dovette affrontare numerosi problemi sin dall’inizio, infatti la guerra al terrore iniziata dal Presidente americano George W Bush aveva come obiettivo anche la Repubblica Araba di Siria, inserita nella lista degli “Stati canaglia. L’invasione dell’Afghanistan nel 2001 e dell’Iraq poi, pose Assad in una situazione di pericolo. Esattamente dopo dieci anni dall’11 settembre scoppiarono le primavere arabe che coinvolsero il Nord Africa ed il Medioriente; a salvarsi dalle proteste e dal rovesciamento furono l’Algeria di Abdelaziz Bouteflika, forte di un apparato di sicurezza molto avanzato, e la Siria. 

Dopo i primi anni di resistenza e dopo la nascita dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante nel 2014, l’esercitorusso ha messo piede in Siria nel settembre 2015, tenendo fede alla vecchia alleanza siglata tra quella che fu l’URSS e la Siria socialista, rappresentata dal maggiore partito socialista arabo, il Baath. Le primavere arabe del 2011 nascondevano sotto mentite spoglie dei veri e propri colpi di Stato militari organizzati dagli USA con l’appoggio della Turchia. Infatti la situazione Siriana al momento vede come attore principale, ancora di più rispetto agli USA, Gran Bretagna e Francia, proprio Ankara. Lo scopo di Erdogan in Siria è quello di creare un proprio Stato cuscinetto, accaparrandosi il Kurdistan siriano, il così detto Rojava, ed attuare la repressione delle milizie curde che combattono l’Isis. Le milizie curde sono state vittima delle mire di Ankara dall’estate del 2016, quando iniziò l’operazione “Scudo dell’Eufrate” “ramoscello d’ulivo” in seguito. 

Cosa ancora più grave è sicuramente il sostegno diretto di Erdogan a gruppi jihadisti Siriani, i quali vengono manovrati a piacimento dal “sultano” e spostati nei vari teatri di guerra che interessano la Turchia, ad esempio la Libia o l’attuale conflitto in Nagorno Karabakh. Il Nord della Siria, dunque, è il territorio accaparrato sia dallaTurchia che dagli USA, i quali hanno iniziato ad utilizzare il petrolio Siriano portando avanti una sorta di Land-grabbing che va a penalizzare non solo la politica energetica ma anche il sostentamento economico della regione, dilaniata da quasi dieci anni di guerra. Il protettore della Repubblica Araba di Siria è il presidente Russo Putin, il quale da cinque anni combatte il terrorismo ed ha letteralmente salvato la nazione araba da un cambio di regime, come prospettato dal 2011. Oltre ad avere interesse, dal punto di vista geopolitico, a preservare i porti di Tartous e Latakia, vitali per Mosca, Putin cerca di porre un argine all’influenza non solo americana, in parte affievolita con Trump, ma in special modo a quella Turca. 

Infatti all’inizio del 2020 tra le due potenze si è discusso molto circa le tensioni riguardanti la zona di Idlib, presa costantemente di mira da Ankara, scongiurando un imminente conflitto tra i due eserciti sul campo. La mediazione è sempre stata un’arma avanzata di Mosca, portata avanti dal ministro degli affari esteri Lavrov, il quale ha assicurato costantemente il sostegno a Damasco, intimando la fine delle ostilità. Una cosa recepita persino dagli Emirati Arabi Uniti, i quali hanno provveduto a sostenere la Siria con aiuti economici. In questo contesto Ankara si ritrova sola, non più spalleggiata come una volta dall’Occidente; infatti la Presidenza Trump ha rallentato le azioni militari in Siria rispetto al passato, nonostante la Casa Bianca facesse intendere di desiderare la testa del Presidente siriano. Vedremo se con una nuova amministrazione democratica la Siria ferita potrà continuare la sua ricostruzione oppure si proverà a scrivere un nuovo capitolo di “regime change alla storia del Medioriente.

Luigi Olita

Articoli correlati

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *