LA SCOMPARSA DELLE LUCCIOLE

 LA SCOMPARSA DELLE LUCCIOLE

Il controcanto di Pier Paolo Pasolini a Papa Francesco. Classe IV C, Liceo scientifico Pasolini, Progetto Pcto. Incontri con la docente Nigro, Lina Pica di Sinergie Lucane, l’avvocato Antonello Peron e la sociologa Marianna Lo Sasso.

Nella trasmissione Controcampo, andata in onda l’8 novembre del 1975, dopo la morte di Pier Paolo Pasolini, (avvenuta circa una settimana prima, nella notte fra il primo ed il due novembre 1975) venne riproposto un intervento che il Poeta tenne nelle medesima trasmissione circa un anno prima, nel quale operò una netta distinzione fra i termini sviluppo e progresso. Evidente la sua volontà di sottolineare, in quella realtà storica, allora come oggi che i due termini fossero opposti e inconciliabili. Questo inedito può essere considerato un utile “controcanto” all’Enciclica Laudato sì scritta dal papa. 

Sorprende l’attualità del tema “sviluppo e progresso”, anche alla luce delle parole dell’attuale pontefice che attacca pesantemente sia il consumismo che le banche e la finanza, auspicando uno sviluppo che tuteli l’ambiente e vada verso i più poveri. Nello stesso anno Pasolini sintetizzò in un articolo, “Il vuoto del potere” apparso sul Corriere della Sera il 1 febbraio 1975, la sua amarezza per la trasformazione dell’Italia rurale a lui cara, con la frase divenuta famosa della «scomparsa delle lucciole dalle campagne italiane» con la quale non intendeva riferirsi  alle lucciole come insetti, ma a ‘lucciole simboliche’, ‘lucciole sociologiche’ testimoni del cambiamento profondo del tessuto sociale italiano, dovuto all’affermarsi del consumismo che lui stesso identificava con un nuovo ‘fascismo democristiano’, solo apparentemente svuotato di potere e per questo ancor più pericoloso perché non visibile e contro  il quale non c’erano anticorpi.

Ma cosa sono sviluppo e progresso? Lo sviluppo “lo vuole la destra economica”, afferma il Poeta, chi detiene il potere industriale e i mezzi di produzione, per un puro scopo di lucro. L’obbiettivo si identifica con la smisurata e smaniosa produzione di beni superflui, in termini quantitativi e non qualitativi, tesa al profitto e all’eccesso. Il Concetto di sviluppo economico è stato introdotto per la prima volta dal 33° Presidente degli Stati Uniti D’America Harry Truman, il quale sosteneva che lo sviluppo economico, tecnologico, industriale, ci rendesse liberi dai limiti imposti alla tecnologia ed all’economia indirizzate alla sussistenza. Ma l’eccesso di sviluppo ha portato con sé dei deficit definiti tecnicamente diseconomie: quando i danni superano i benefici, cala la qualità della vita.  Ne sono esempi il traffico, lo smog che danneggia la salute mentale e fisica, l’inquinamento, il cambiamento climatico. Il biossido di carbonio, la famigerata Co2, ha registrato un aumento costante nel corso della vita sulla terra, ma graduale. Negli ultimi 100 anni la terra è cambiata così in fretta, con l’industrializzazione, l’invenzione degli aerei, delle macchine, dell’elettricità, che lo smisurato bisogno di energia, ha reso necessaria la combustione di quantità crescenti di petrolio, con il conseguente aumento esponenziale di anidride carbonica, l’alterazione dell’effetto serra e del ciclo del carbonio che di conseguenza stanno determinando il surriscaldamento globale.

Chi vuole, invece, il “progresso”? Lo vogliono coloro che hanno necessità da soddisfare appunto attraverso il “progresso”: lo vogliono gli operai, i contadini, gli intellettuali di sinistra. Lo vuole chi lavora e dunque è sfruttato. Costoro vogliono “la produzione di beni necessari” e di qualità, tesi entrambi all’equilibrio, al benessere sociale e all’economia di sussistenza.  Economia di sussistenza che consiste nelle attività che garantiscono i bisogni essenziali-esistenziali come: la salute, la sicurezza, l’affettività, la stima e l’autorealizzazione.  Un processo in cui si realizzano miglioramenti delle condizioni di vita del genere umano. Il concetto nasce di pari passo con l’Illuminismo. Il fine di questo movimento era quello di non fermare il progresso scientifico e bensì tendere verso una condizione di benessere attraverso l’uso della ragione e del metodo  scientifico.

Ma perché allora si rincorre lo sviluppo, modello proprio delle società, industriali, inquinate, soggiogate dal potere dell’uomo? A causa del PIL (Prodotto Interno Lordo) che (misurando esclusivamente) il valore monetario degli scambi di merci nel corso di un anno, si limita a rilevare esclusivamente la quantità di prodotti e servizi acquistati e venduti. Come tale risulta però  inadeguatoperché omette di rilevare i peggioramenti della qualità della vita. L’attuale pontefice, come Pasolini, nell’enciclica Laudato si auspica il progresso  “accettando una certa decresciata” richiamando tre righi più tardi, un concetto caro a Papa Benedetto XVI, sostenendo la necessità “…che le società tecnologicamente avanzate siano disposte a favorire comportamenti caratterizzati dalla sobrietà, diminuendo il proprio consumo di energia e migliorando le condizioni del suo uso”. Sarà opportuno a tale scopo per seguire (i principi) sintetizzati dal club di Roma nel 1970, nel concetto di limite. Il progresso dovrà rispettare i principi della sostenibilità ambientale per essere finalizzato al benessere di tutti. Se invece il limite viene superato, si assiste ad un regresso, dove la quantità non è più qualità. Alessandro Manzoni diceva: ”Si dovrebbe pensare più a far bene che a star bene: e così si finirebbe anche a star  meglio.” Il consumismo è davvero una liberazione sociale, o (piuttosto) puro spreco e sregolatezza? Ridotto alla semplice crescita economica, carica di aspetti negativi, sarà necessario ripensare un modello al fine di promuovere integralmente tutta la persona, tutte le persone e i popoli, non essendo in definitiva possibile separare l’aspetto economico da quello umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce?

di Dennis Romano

Redazione

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