LA STRANIERA E LA CITTA’ VERTICALE

 LA STRANIERA E LA CITTA’ VERTICALE

Anche quella mattina si era svegliata all’alba. Non era mai stata una dormigliona, in quei giorni però pareva quasi che il cuscino le bruciasse sotto il capo. Si diresse in cucina, si preparò il caffè e si accese il sigarino. Affacciata alla finestra notò i primi segnali della primavera oramai alle porte: una aiuola, nel piccolo giardino, cominciava a fiorire.

Era arrivata in quella piccola cittadina qualche mese prima per l’ennesima sfida con se stessa. La città verticale la chiamavano, era tutto un saliscendi con quartieri che sembravano paesini dentro la città, tutto intorno solo montagne. La “città verticale”, continuava a pensare, già perché forse tutti continuavano a guardarla dall’alto verso il basso, così come si sentiva guardata lei, con distacco e circospezione, lei era una straniera. Lei così abituata alla calda e generosa accoglienza dei posti da cui proveniva dove tutti erano appellati “beddhra mia, beddhru miu”. Quanto le mancavano quelle parole, erano un abbraccio al cuore. In esse era riposto il profumo del mare e del vento ed il calore del sole.

Il vetro della finestra le rimandava la sua immagine. I suoi lunghi capelli scompigliati le rubarono un sorriso, era buffa. La sua sottoveste nera celava un corpo ancora giovane, se ne compiacque. Notò, anche, una nuova ruga sul suo volto, come la Magnani non se ne preoccupò, se le era guadagnate tutte. In quei mesi nella città verticale aveva lavorato molto, nessuna distrazione, nessuna nuova amicizia.Si era concessa soltanto qualche fuga in una terra particolarmente amata perché legata alle sue origini, per inseguire la sua antica passione. Ma ora era lì per scoprire, chissà, la speciale dolcezza e l’abbraccio che vivono tra le montagne.

Di Lorenza Crisci

Lorenza Crisci

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