NAGORNO KARABAKH: LA POLVERIERA SI ALLARGA

 NAGORNO KARABAKH: LA POLVERIERA SI ALLARGA

A cura di Luigi Olita.

Da un mese procedono i combattimenti tra Armenia ed Azerbaijan per il controllo di una parte di territorio geograficamente importante: il Nagorno Karabakh. Il Nagorno Karabakh è un’exclave armena in Azerbaijan, dunque situato all’interno di esso, riconosciuto dall’ONU, nonché rivendicato dall’Armenia. Anticamente, il Nagorno Karabakh era parte integrante della Grande Armenia, territorio appartenente all’Impero Romano, di religione cristiana e sottoposto alle invasioni di Arabi, turchi, mongoli e tartari. Nel 1813 passò sotto il controllo della Russia zarista, e dopo la rivoluzione del 1917 venne accorpato all’interno della Federazione Transcaucasica che comprendeva i territori di Armenia, Azerbaijan e Georgia. La Federazione Transcaucasica si sfaldò dopo pochissimo tempo a causa della contrapposizione religiosa tra le comunità armene cristiane e quelle azere musulmane, le quali si schierarono al fianco degli Ottomani musulmani per annientare gli infedeli armeni.

I leader sovietici, nel corso degli anni, ridisegnarono i confini delle regioni del Caucaso secondo il principio del “Divide et Impera”. Infatti nella loro strategia geopolitica assegnarono ad ogni Repubblica una parte di minoranze etniche delle altre Repubbliche per evitare che nascesse una vera e propria identità nazionale, ponendo il Nagorno Karabakh in territorio azero nonostante fosse composto per tre quarti da popolazione Armena. La dissoluzione dell’URSS fece scoppiare nuovamente i dissapori tra le due Repubbliche ex sovietiche, infatti il governo di Yerevan cercò di includere all’interno del suo territorio il Nagorno Karabakh, che dichiarò la sua indipendenza nel 1991 (dopo che l’Azerbaijan aveva deciso di fuoriuscire dall’URSS), proclamando la nascita della Repubblica dell’Artsakh, utilizzando la legislazione sovietica dell’epoca. Il governo di Baku non riconobbe la decisione presa dal Parlamento del Nagorno Karabakh e passò dalla diplomazia alle armi trascinando le popolazioni dell’area nel conflitto che arriva fino ai giorni nostri. Il governo di Yerevan si schierò al fianco della popolazione Armena presente nell’enclave, e dall’altra parte l’esercito azero venne affiancato da mujaiddin afghani, Ceceni e Turchi. Il conflitto si concluse nel 1994 con la vittoria dello schieramento armeno, il quale riuscì a mantenere lo status quo del Karabakh, con la conquista del territorio che metteva in comunicazione l’enclave con l’Armenia.

Oggi gli scontri iniziati il 27 settembre hanno visto un succedersi di accuse lanciate dai due contendenti, infatti il governo azero ha accusato l’Armenia di aver iniziato le azioni offensive lungo il confine mentre Yerevan ha fatto lo stesso con l’ Azerbaijan. Il presidente azero, Ilham Aliyev, ha subito ricevuto il sostegno della Repubblica di Turchia per quanto riguarda la lotta contro l’Armenia, secondo una storica amicizia che unisce la popolazione azera, turcofona, ed il popolo Turco. Il supporto militare e logistico di Ankara a fianco di Baku ha anche lo scopo di porre fine alla diatriba tra i due contendenti. Il Sultano Erdogan è conscio però che l’intervento dell’orso Russo all’interno della guerra potrebbe assestare un duro colpo alla sua immagine nel Caucaso. Quest’ultimo, è estremamente importante per il presidente Russo Putin, il quale non può certo permettersi di perdere la sua storica influenza, proprio per i rapporti che legano Mosca sia con l’Armenia che con l’Azerbaijan.

Erdogan, nonostante le numerose provocazioni verso lo Zar Putin, è riluttante nel compiere passi falsi verso quest’ultimo, poiché il rapporto con Mosca è fondamentale per esercitare le pressioni sull’ Occidente ed in special modo sulla NATO. L’intervento del ministro degli affari esteri Russo, Sergej Lavrov, ha segnato una tregua tra i due contendenti, condannando l’utilizzo di truppe mercenarie, e ricevendo l’approvazione sofferta del capo della diplomazia Turca, Cavusoglu. Questa condanna avrà sicuramente destato imbarazzo tra i palazzi di potere di Ankara, la quale non esita ad armare i jihadisti Siriani e trasferirli in teatri caldi come la Libia, ed ultimamente proprio in Nagorno Karabakh. La tregua, durata poche ore, è stata violata da ulteriori bombardamenti. Il pericolo della continuazione della guerra ha sollevato la preoccupazione dell’Occidente e solo un possibile gioco diplomatico da parte di Mosca potrebbe porre fine alla controversia secolare tra i due popoli che rappresentano rispettivamente il Cristianesimo e l’Islam ed evitare che la zona possa trasformarsi in un nuovo Iraq o addirittura, una nuova Siria.

Redazione

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