LIBIA, NUOVA(MENTE) PROVINCIA USA?

 LIBIA, NUOVA(MENTE) PROVINCIA USA?

A cura di Luigi Olita

Il Presidente Donald Trump ha annunciato la transizione verso la prossima amministrazione Biden. Il democratico, uscito vincitore dalle elezioni del 3 novembre, sta mettendo a punto in questi giorni la sua prossima squadra di governo e soprattutto i primi teatri da affrontare. La Libia, che non prende pace dal 2011, anno del rovesciamento ed assassinio di Muhammar Gheddafi, è sicuramente uno dei teatri peggiori che il nuovo Presidente dovrà affrontare una volta insediatosi a gennaio. Fu proprio l’amministrazione di Barack Obama, di cui Joe Biden era vice presidente, ad avallare l’aggressione alla Libia da parte di Parigi e Londra, per poi lasciare il paese dilaniato dalla guerra civile. A nove anni dal rovesciamento del regime Libico, tanto desiderato dall’ex segretario di Stato Clinton, gli attori che si sono fatti strada nel paese africano sono svariati, ognuno con propri obiettivi.

La Francia di Macron sostiene Khalifa Haftar, generale del vecchio esercito di Gheddafi ed uomo forte della Cirenaica mentre la Turchia di Erdogan appoggia incondizionatamente il governo di Al Serray riconosciuto dalle Nazioni Unite. L’Egitto cerca di mediare tra le due parti in lotta tra di loro per non avere problemi lungo i suoi confini, così come l’Algeria, mentre l’Italia aggiunge alla sua agenda estera un nuovo problema: il rapimento dei pescatori di Mazara del Vallo ad opera delle milizie di Haftar. Il 2020, falcidiato dalla pandemia di covid-19, ha visto a gennaio l’apertura dei lavori della conferenza di Berlino per la Libia, ed ultimamente la continuazione della conferenza di Tunisi. In entrambi questi incontri il ruolo della Turchia e della Russia è stato molto importante, con quest’ultima vicina al generale Haftar. L’amministrazione Trump durante i quattro anni di mandato ha scelto la via del “quasi” disimpegno, ma nonostante sia un alleato del Premier Serray, proprio nel 2019 espresse compiacimento per le azioni di lotta al terrorismo intraprese dal generale della Cirenaica.

Altra pedina importante di Trump sono stati proprio gli Emirati Arabi Uniti, sostenitori di Haftar, ma allo stesso tempo stretti interlocutori della diplomazia Americana, soprattutto negli ultimi mesi, per la stipula degli accordi con Israele. Dunque se the Donald ha intrapreso una strategia di mediazione e non offensiva verso il generale Gheddafiano, dallo Studio Ovale democratico potrebbero arrivare diversi ordini, uno dei primi potrebbe essere sicuramente, almeno per il dossier Libico, frenare le mire insaziabili di Erdogan. Il Sultano appoggia il “governo di Tobruk”, e ciò si oppone alle velleità americane di continuare a dare appoggio al governo riconosciuto dall’ONU; infatti il Premier Libico Fayez Al Serray fu uno dei primi a congratularsi con Joe Biden per la vittoria.

L’avanzare di Ankara e le mire di Mosca potrebbero portare Biden ad entrare in rotta di collisione con il “governo” di Haftar. L’amministrazione Biden dovrebbe continuare a mantenere la linea del cessate il fuoco, intrapresa ad agosto soprattutto grazie alla mediazione americana, ma allo stesso tempo l’obiettivo sarà quello di togliere terreno sotto i piedi dei turchi e dei Russi. Il disimpegno di Trump sarà sicuramente sostituito da una nuova strategia diplomatica dell’amministrazione democratica, incentrata su una maggiore presenza americana nel Risiko Libico, viste le velleità delle maggiori potenze dell’est in un territorio dilaniato dalla violenza e dagli errori commessi proprio quando Biden era il numero due a Washington.

Luigi Olita

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