L’ISOLAMENTO PER IL CORONAVIRUS

 L’ISOLAMENTO PER IL CORONAVIRUS

Cambia lo stile di vita, cambia anche il nostro approccio alla routine: rimanere chiusi tra quattro mura non è affatto semplice e il contatto fisico, che abbiamo sempre dato per scontato, ora sembra quasi un ricordo lontano. Ed è proprio adesso, in questo particolare periodo, che abbiamo modo di riflettere e di porci delle domande: quanto contano, veramente, le interazioni e i rapporti sociali? Sentiamo davvero il peso della distanza, in questa solitudine forzata? Nella società odierna, l’uomo sembra avere un unico obiettivo: cercare disperatamente la compagnia, anche apparente, di qualcuno. Qualcuno che possa, in qualche modo, scaldare la quotidianità e smorzare la gravità del peso che lo tormenta.

Come scrive il filosofo, sociologo e psicologo Erich Fromm: “…l’uomo moderno è estraniato dal mondo che egli stesso ha creato, “alienato” dagli altri uomini, dalle cose che usa e consuma…” La verità, quindi, appare ad un tratto diversa, costretti a trascorrere molto tempo senza i soliti sguardi, senz’altra compagnia che quella dei telegiornali e, quando va bene, dei familiari. Ci sentiamo persi e in balia dei nostri problemi e negli altri vediamo un briciolo di speranza a cui aggrapparsi. Forse allora soli lo eravamo già prima, ma non riuscivamo a percepirlo. In questa sorta di prigionia ci sentiamo spaesati e ricorriamo alla tecnologia, alle videochiamate tramite smartphone, mentre osserviamo strade desolate affacciati ad una finestra.

Touch Scream di Federico Clapis.

È senz’altro interessante notare che anche nel campo artistico alcune opere esprimono in maniera incredibilmente attuale ciò che stiamo vedendo e vivendo: Touch Scream di Federico Clapis. Una solitudine digitale Touch. Scream, grido. Un grido di rabbia, di sfogo, di liberazione, di speranza. Mani che escono da uno schermo e si cercano, provando a raggiungersi, consapevoli di non poterlo fare realmente. Solitudine urbana invece nel quadro Morning Sun di Edward Hopper. Lo sguardo della ragazza fisso sulla finestra, fuori un estremo silenzio. Impossibile negare che l’arte di Hopper non rimandi a un senso di solitudine, all’alienazione, all’incomprensione con se stessi e con gli altri, alla banalità e alla noia del quotidiano.

Morning Sun di Edward Hopper

Ci troviamo, dunque, di fronte ad una nuova quotidianità. Non sono più i ritmi frenetici a scandire le nostre settimane, non c’è differenza tra un lunedì e un sabato: un senso di stasi, di smarrimento si fa largo con prepotenza e abbiamo l’impressione di non sapere come impiegare il nostro tempo. Lo stop alle normali attività ci disorienta. L’organizzazione che siamo soliti avere per gli impegni scolastici o universitari e lavorativi viene messa in pausa, siamo tempestati da pensieri che ci opprimono. Ma non solo: anche il nostro corpo risente delle modifiche che questo momento difficile ha portato. La forzata sedentarietà ha effetti negativi sul nostro benessere psico-fisico, e nella spiacevole circostanza che stiamo vivendo avvertiamo maggiormente il peso dell’immobilità.

Così anche i meno sportivi, durante questa parentesi, sentono l’esigenza di muoversi, anche a livelli blandi: che si tratti di salire e scendere le scale, utilizzare la cyclette, o prendere un tappetino e praticare yoga o pilates, fare sport diviene fondamentale. Inutile negarlo, lo scenario che si prospetta ai nostri occhi fa paura. Ma non dobbiamo lasciarci bloccare dalle incertezze e dalle preoccupazioni. In un momento in cui siamo tutti invitati a mantenere le distanze, non possiamo permetterci di perdere l’umanità. Le parole di Tommaso Montanari, pubblicate su “Il Fatto Quotidiano”, riassumono bene questo concetto. “Qualunque sia la risposta alle tante domande che urlano nella nostra testa, una cosa è sicura: se restare a casa è doveroso, restare umani è vitale. A questo serve un po’ di silenzio interiore.”

di Monica Smaldone / Leukos

Leukos

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