L’ITALIA TRA COVID E CONFUSIONE NORMATIVA

 L’ITALIA TRA COVID E CONFUSIONE NORMATIVA

In Italia mancava solo il Covid-19 per acuire una vecchia ed affermata abitudine diffusissima nella nostra macchina politico/amministrativa, quella di non riuscire mai a produrre norme certe, chiare ed univoche. Un antico proverbio vicino al modo di pensare di molti cittadini del nostro Belpaese, dice “fatta la legge, trovato l’inganno”. In un 2020 contrassegnato dalla frenesia generale causata dal Coronavirus, la difficoltà atavica dei nostri politici e boiardi di Stato a pensare e scrivere norme cristalline non può più essere giustificata. Tanto che per trovare l’inganno in alcune ultime norme scritte o decisioni prese non ci si deve neanche più ingegnare particolarmente per come sono incomprensibilmente mal poste.

Il continuo susseguirsi di decreti, norme, direttive, circolari hanno fatto sì che la confusione, che evidentemente regna sovrana nella testa di chi le formula, vada con un effetto domino a ricadere su chi le dovrebbe far rispettare ed infine sui cittadini che non sanno più cosa si possa o meno fare. Il Covid-19 ha così favorito, in un Paese già distrutto dall’abnorme sviluppo patologico della cavillosità legislativa, il proliferare, per dirla con Ludwig von Mises, dell’elefantiasi burocratica. Infatti si assiste ultimamente ad un continuo rimbalzo di responsabilità tra Istituzioni, Enti Locali, Comitati Tecnico Scientifici e servizi territoriali. Ognuno di questi arroga a sé il diritto di normare o intervenire su qualsiasi fattispecie generale di natura minimamente incerta. Tutto ciò crea una doppia confusione: su chi deve normare cosa e sulla chiarezza di una norma che deve essere per il cittadino di facile comprensione ed attuazione.

Tralasciando l’affaire Calcio, creato da una presa di posizione di un’ASL territoriale in contraddizione ad un protocollo nazionale, qui ci si vuole riferire al caos che viene a crearsi quando l’Istituzione preposta a normare demanda per ignavia agli enti locali l’intervento su norme generali che dovrebbero essere di esclusiva competenza centrale. Ecco allora che in alcune regioni, prima del DPCM di ottobre, era obbligatorio l’uso della mascherina all’aperto ed in altre no, in alcune regioni ristoranti, pizzerie e bar dovevano chiudere alle 23 ed in altre no, alcune regioni hanno dato vita a mini lockdown locali ed altre no. Confusione su confusione che porta l’Italia a precipitare all’età comunale di medioevale memoria e ritorna in mente la scena del film “Non ci resta che piangere” con i poveri Troisi e Benigni alle prese con l’esattore ed il fiorino per passare la dogana. Proprio di ieri è l’ultima norma incomprensibile che dispone l’uso obbligatorio della mascherina per ogni tipo di attività motoria. Tutti a scervellarsi su cosa il legislatore abbia voluto intendere per attività motoria; il runner, il ciclista, il podista fanno o no attività motoria?

Tutti gli interessati subito hanno protestato ed immediatamente è partita dal Viminale l’ennesima Circolare esplicativa a firma del Capo di Gabinetto Prefetto Bruno Frattasi dove si specifica la diversità lessicale tra attività motoria ed attività sportiva. In poche parole, per non ricorrere all’ufficio complicazioni cose semplici, chi passeggia deve indossare la mascherina al contrario di chi corre o va in bici. Bisognerebbe chiedersi se chi scrive le norme sia almeno dotato di comprendonio. E’ possibile che si generi confusione non sapendo spiegare per iscritto quello che si pensa? In poche parole da 8 mesi i cittadini italiani vivono nel terrore creato da un nemico invisibile e per il momento non ancora sconfitto e non è giusto che chi dovrebbe donarci certezze continui per ignavia o convenienza a complicarci ancora di più la vita giornaliera. Gli italiani, popolo che nel lockdown ha dimostrato tutto il proprio valore, hanno bisogno di poche regole chiare e soprattutto certe da seguire, senza che queste possano essere interpretate o aggirate ad uso e consumo di chicchessia.

di K. von Metternich

K. von Metternich

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