LO SPORT OSTAGGIO DEI PROTOCOLLI

 LO SPORT OSTAGGIO DEI PROTOCOLLI

Una frase scritta sui social network dal Presidente del CONI Giovanni Malagò ci fa ben comprendere la disastrosa situazione in cui lo sport italiano è sprofondato in tempo di Covid-19. Il Presidente Malagò scrive: ”Nel mare magno dei protocolli e delle regole, sono arrivate linee guida per 387 discipline. Cito il caso dell’apnea: se vai a 100 metri di profondità non c’è pericolo di contrarre il virus. Se giochi a rugby, la mischia è il caso per antonomasia del rischio contagio. C’è forte distinguo tra le discipline. Poi c’è il buonsenso, il comportamento del cittadino. Serve uno sforzo comportamentale”. Queste sono le parole del Presidente del CONI, uomo mai polemico con le dure e strette prescrizioni varate in tema di sport dal Governo in periodo di Pandemia.

Se addirittura l’istituzionale Malagò, da sempre ligio al rispetto dei lacci e lacciuoli protocollari del Comitato Tecnico Scientifico e da sempre attento a non inimicarsi Ministri poco lucidi quando parlano di sport, esprime un senso di smarrimento e confusione verso i tentativi di “normalizzare” la pratica sportiva, significa che l’ora che stiamo vivendo è grave. L’insufficiente Ministro dello Sport Spadafora afferma che con i protocolli si torna ad uno sport sicuro. Sicuro, di certo, non lo possiamo sapere neanche per grazia scientifica. Di sport in queste condizioni e con tutte queste limitazioni non se ne parla nemmeno. Ci siamo presi la briga di dare un’occhiata ai vari protocolli studiati dalle Federazioni sotto la longa manus del Comitato Tecnico Scientifico, non mancano le curiosità che il più delle volte sfociano in assurdità.

Ecco alcuni esempi di cotanto studio: nella pallamano è vietato l’uso della pece per favorire il grip sul pallone, poiché rende difficile la pulizia e la sanificazione degli impianti; nel canottaggio può essere praticato solo il singolo a meno che non lo si pratichi con il congiunto, stile pattino sulla riviera romagnola; nel tennis, il tennista dovrà giocare solo con un guanto nella mano libera e viva i bimani; nel tennistavolo vietato alitare, soffiare o respirare sulla pallina; nel tiro con l’arco, gli arcieri devono andarsi a riprendere e sanificare da soli la freccia scoccata; nel nuoto, i nuotatori non possono fare pipì in piscina, anche se l’acqua clorata tra 0,8 e 1,5 mg/l sembra prevenire la diffusione del Coronavirus; nella scherma non si possono eseguire assalti; nell’atletica leggera, i saltatori in alto e con l’asta devono portarsi un foglio di cellophane da mettere sul saccone prima di ogni salto; inoltre, niente strette di mano in nessuno sport alla faccia del barone De Coubertin.

Così, ragionare di pratica sportiva in questa cornice pervasa da enigmatiche convenzioni ci sembra difficile, se non impossibile. Lo sport dei 387 protocolli non è sport, ma qualcosa che può riecheggiare come tale solo nei mistici saloni del Ministero per le Politiche Giovanili e dello Sport; ambienti dove si riuniscono per creare e deliberare direttive, il Sommo Sacerdote Spadafora insieme ai Sacerdoti del Comitato Tecnico Scientifico. Purtroppo, l’unico risultato prodotto da questi protocolli è stato quello di creare confusione e scoramento negli atleti e scaricare le responsabilità di eventuali contagi sulle società e sui medici sportivi che devono far rispettare queste eccesive e incoerenti norme. Un pasticciaccio all’italiana che rischia di ripercuotersi su tutta l’organizzazione sportiva nazionale e le diplomatiche e smarrite parole di Malagò sono lì a dimostrarlo in modo incontrovertibile.

di K. von Metternich

K. von Metternich

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