MEDIORIENTE CONTESO

 MEDIORIENTE CONTESO

A cura di Luigi Olita

I continui disordini che si stanno perpetrando tra Israeleed Hamas non sono soltanto un problema regionale, ma più che altro internazionale. Lo Stato di Israele, appoggiato dall’Occidente ed in primis da Washington, che ha subito espresso per bocca del Presidente JoeBiden il diritto da parte di Tel Aviv di difendersi dagli attacchi di Hamas, ha generato una situazione con dentro numerosi attori. Se l’Occidente ha fatto la sua scelta, dalla parte di Hamas e del popolo palestinese non poteva che schierarsi la Turchia di Erdogan, sodale con l’autorità politica di Hamas anche per aver dato la cittadinanza Turca a molti suoi membri. Non hanno perso tempo nemmeno l’Iran e l’Hezbollah Libanese, finanziatori di Hamas dal punto di vista militare e consiglieri strategici, contro il loro perenne nemico israeliano. Ha fatto sentire la sua voce anche Pechino, condannando le violenze da parte di Tel Aviv, ed esprimendo solidarietà al popolo palestinese insieme al Cremlino, il quale, pur essendo uno storico alleato di Israele per la consistente presenza sul suo territorio di ebrei russi, non ha esitato a dire la sua a riguardo.

Al netto che grandi potenze come Russia, Cina e USA vengano identificate più come spettatrici che come interventiste all’interno di questo conflitto (almeno perora), la presenza di Hezbollah e di Ankara preoccupa fortemente il governo israeliano. Movimenti di dialogo tra Ankara e Tel Aviv erano già stati attuati sin dalla fine dello scorso anno, ma la vocazione imperialista del Sultano Erdogan nel procedere a diventare il faro del mondo islamico, ha rallentato gli sforzi diplomatici. Il popolo palestinese vede in Erdogan e nella parte sciita del mondo islamico capeggiata dall’Iran e da Hezbollah, dei veri e propri salvatori verso l’avversario israeliano, e soprattutto il vecchio “divide et impera” propugnato dall’Impero Ottomano, e ripreso adesso da Erdoganpotrebbe essere una strategia efficace per mettere a tacere l’invincibilità di Israele rispetto al mondo islamico. In questo contesto l’Arabia Saudita gioca il ruolo di attore silenzioso che preso da numerosi grattacapi diplomatici che vanno dallo Yemen al rapporto spinoso con la nuova amministrazione Bidenper l’affaire Khasoggi, cerca in qualche modo di riscattarsi all’interno della Regione. Il mondo islamico, che guarda più ad Ankara e meno a Rihad, ha assestato un duro colpo alla credibilità di quest’ultima, soprattutto perché è proprio qui che è nato l’islam.

Non avendo saputo cogliere inizialmente l’opportunità di inserirsi negli Accordi di Abramo continuati da Donald Trump, e di cui gli Emirati Arabi Uniti ne sono il vero e proprio interlocutore Mediorientale, Rihad si è ritrovata in una vera e propria impasse diplomatica. Gli Emirati Arabi, infatti, hanno colto l’occasione per accreditarsi come potenza diplomatica del Golfo ed in questo contesto il loro ruolo di mediatori con lo Stato di Israelepotrebbe essere decisivo. All’Arabia Saudita le armi diplomatiche di certo non mancano, per questo le mediazioni messe in campo per ottenere la fiducia dei vecchi proxy di Hamas e per arginare le pretese di Hezbollah, sono una delle carte messe in campo per accreditarsi nuovamente come attore forte all’interno del mondo islamico. Oscurata diplomaticamente dagli Emirati Arabi Uniti, e militarmente e politicamente dalla Turchia, Rihad ultimamente sta attuando una strategia non più di forza ma di Soft Power; infatti, la cooperazione nel campo dell’intelligence iniziata con Israele, ed i dialoghi celati messi in campo con l’Iran da poco tempo, sono una delle tante strategie per portare avanti sia la vecchia battaglia a favore del popolo palestinese, ma allo stesso tempo non perdere lo storico partner energetico e militare quale è Washington. Una questione politica di cui la religione è sicuramente il punto di forza per accreditarsi come leader indiscussodella Regione e dell’Islam.

Luigi Olita

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