(parte 1) ARCHITETTURA: IL BISOGNO DI ESSERE RADICALI

 (parte 1) ARCHITETTURA: IL BISOGNO DI ESSERE RADICALI

Limes-ĭtis: confine, barriera, delimitazione, linea terminale o divisoria. Eppure, non è tutto. Limesè anche via, strada, percorso. In maniera sottile e capziosa, la parola latina connota due significati, in apparenza diametralmente opposti, conferendo loro quell’ambiguità che noi contemporanei – nella nostra rigorosa e spicciola pragmaticità – non siamo capaci di comprendere. Come può qualcosa designare se stesso ed anche il suo contrario? È il topicsupremo della Classicità: il bello incorpora e sublima in sé anche il brutto, dacché un bello che ammetta il proprio contrario, non può dirsi universale.

Analogamente – e paradossalmente – l’architettura è fatta di muri che delimitano uno spazio, ma al tempo stesso essa è una disciplina priva di delimitazioni: in maniera capillare, come il limesromano atto a tracciare un’arteria di penetrazione all’interno dei territori di recente conquista, irrora i campi del sapere, ogni volta negando e riaffermando se stessa. Nel secondo dopoguerra, affrancando l’architettura dallo status di hortus conclususa cui il Razional-Funzionalismo (che si millantava come International Style) l’aveva condannata, l’Architettura Radicale dei gruppi Archizoom, Superstudio, 9999, Zziggurat, Ufo ed altri annienta il professionismo speculativo dell’edilizia di quegli anni, servendosi di mezzi potentissimi quanto poco accreditati: l’ironia, il gioco, l’eccentricità. Come il largo sorriso criptico dello Stregatto di Alice nel Paese delle Meraviglie, la folle esasperazione delle architetture radicali è fatta per scomparire, annullarsi, e poi manifestarsi altrove, sorprendentemente. Questo concetto mina le fondamenta del costruire, la progettazione ha avuto sempre, come fine ultimo, la realizzabilità e dunque la realizzazione, mentre ora si mette in discussione il carattere a-temporale che intrinsecamente denota il fare architettonico.

La matrice culturale dell’Architettura Radicale è da collocarsi in quel clima riottoso del Sessantotto europeo – e più in generale del decennio tra gli anni ’60 e ’70 – in cui dilagavano, da una parte all’altra dell’Oceano, la cultura Pop,l’esperienza Beat, e tante, tante droghe. La volontà comune, dichiarata alla nascita del movimento a Firenze nel 1967, di «liberarsi dai residui e dalle infatuazioni architettoniche attraverso massicce ingestioni ei progetti-immagine e iniziare la demolizione della disciplina attraverso azioni di guerriglia […] operando un po’ alla disperata tra architettura e design»sfocia nelle Superarchitetture che condensano in sé retaggi utopici del futurista Antonio Sant’Elia e ossianiche interpretazioni della Land Art. Il leitmotiv è orchestrato da una violenta opposizione alle dinamiche della cosiddetta “società del benessere”, schiava del consumo e dunque incapace di attribuire un reale valore alle cose; tale atteggiamento si traduce in un totale disinteresse verso il mercato e, di contro, in una smisurata dedizione verso la componente spirituale dell’architettura e del design.

di Leukos

Leukos

Articoli correlati

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *