PRODROMI DI PACE TRA TURCHIA ED ISRAELE

 PRODROMI DI PACE TRA TURCHIA ED ISRAELE

A cura di Luigi Olita

Israele negli ultimi tempi è davvero “irresistibile”. Da paese più odiato dal mondo Arabo, è diventato in poco tempo il più amico e migliore interlocutore delle monarchie del Golfo, con l’esclusione dell’Arabia Saudita. Gli Accordi di Abramo hanno dato un vero e proprio colpo di spugna alla Guerra fredda combattuta per anni tra le maggiori potenze del mondo arabo e Tel Aviv; infatti proprio uno degli astri nascenti del mondo Arabo sunnita, cioè il Principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed Bin Zayed, ha dato un’incredibile sterzata ai rapporti con Israele. Se Bin Zayed sta contribuendo a scrivere un nuovo capitolo alla storia diplomatica del Medioriente, proponendosi sulla scena come il leader più ascoltato del mondo Arabo musulmano sunnita, all’appello della normalizzazione dei rapporti con Tel Aviv, manca uno dei più temuti: il Presidente Turco, Erdogan. Quest’ultimo, forte interlocutore e sostenitore del popolo palestinese ed ambizioso leader all’interno del mondo musulmano, è un grande critico nei confronti di Tel Aviv e della sua politica regionale.

Infatti i palestinesi vedono Erdogan come il loro maggiore difensore ed il loro garante nella disputa contro Israele, ed il solo in grado di contrapporsi seriamente a Tel Aviv, dopo che gli Accordi di Abramo hanno sancito la normalizzazione dei rapporti tra una parte di Stati Arabi ed Israele. I palestinesi ritengono questi accordi come un vero e proprio tradimento verso di loro, ai quali, però, non ha aderito l’Arabia Saudita, la quale finanzia e sostiene la lotta palestinese e soprattutto l’organizzazione terroristica Hamas, ma collabora da dietro le quinte con le autorità militari e di intelligence israeliane per combattere il nemico comune nella regione: l’Iran. Sono più di dieci anni che Ankara è ai ferri corti con Israele, ma il 2020 ha fatto emergere, sia con gli accordi di Abramo, sia con il conflitto in Nagorno Karabakh, che anche Erdogan, per quanto possa odiare Israele, non può continuare a tenere alto il muro per ancora molto tempo. Le tensioni tra Turchia ed Israele sono aumentate nel corso degli ultimi tre anni, con la forte influenza di Ankara in Siria ed in generale nei paesi del Medioriente, e soprattutto con l’espansionismo nei Balcani.

L’estate del 2020 è stata segnata da numerose controversie nel Mediterraneo Orientale e nell’Egeo, dove la minaccia Turca verso la Grecia è diventata reale. Infatti proprio le ricerche navali della nave Turca Oruc Reïs lungo le coste dell’isola di Castellorizo hanno allarmato Atene, l’Unione Europea ed, ovviamente, anche Israele. Quest’ultimo, facendo parte del trattato EastMed con la Grecia ed alcuni paesi rivieraschi del Mediterraneo Orientale, è stato uno dei diretti interessati delle mosse marittime Turche, e soprattutto della strategia del Mavi Vatan, cioè la dottrina della Patria Blu. Il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, alleato fraterno di Ankara, ha sollecitato sia quest’ultima sia Tel Aviv a sotterrare l’ascia di guerra e raggiungere un accordo. Israele è un forte partner commerciale di Baku, soprattutto perché ha fornito nell’ultimo anno materiale bellico e droni per fronteggiare l’Armenia nella guerra del Nagorno Karabakh. Al netto degli impegni azeri per normalizzare le relazioni tra i due paesi, il Presidente Erdogan ha scelto ultimamente un nuovo Ambasciatore per Tel Aviv; infatti è proprio da maggio del 2018 che manca un rappresentante diplomatico in Israele, periodo dello spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme.

Il nuovo ambasciatore scelto da Erdogan, Ufuk Ulutas, è il presidente del centro di ricerca strategica presso il ministero degli esteri turco, ed è un esperto di politica ebraica e storia del Medioriente. È molto vicino al Popolo Palestinese ed alla sua contrapposizione ad Israele, ed anche molto esperto del panorama Iraniano. La sua nomina, al momento, non è stata ancora ufficializzata ma allo stesso tempo non è stata accolta con molta felicità a Tel Aviv. L’elezione di Joe Biden, avvenuta a novembre, darà un cambio di passo alla politica regionale Mediorientale; infatti se con Donald Trump si è avuto un lasciapassare per Israele nel continuare a costruire insediamenti a scapito dei palestinesi, con il nuovo Presidente democratico le cose potrebbero cambiare. Joe Biden, quando ricopriva il ruolo di vice presidente di Barack Obama, fu uno dei maggiori critici insieme a quest’ultimo delle politiche espansionistiche israeliane. Dando vita ad un nuovo, ma allo stesso tempo già conosciuto, corso della politica estera americana, cioè quello dell’internazionalismo liberale, i temi ed i luoghi toccati dal dipartimento di Stato guidato dal nuovo Segretario di Stato Anthony Blinken saranno svariati, e potrebbero coinvolgere anche i futuri rapporti tra Israele e Turchia.

Luigi Olita

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