RUSSIA ED UCRAINA: DAL 2014 NEL MIRINO DEI DEM USA

 RUSSIA ED UCRAINA: DAL 2014 NEL MIRINO DEI DEM USA

Pro-Russian separatists troops leave their position during withdrawal in the village of Petrovske, some 50 km from Donetsk, on October 3, 2016. Ukraine’s army and pro-Russian separatists both announced on October 1 the pull back of their troops from a small eastern city as agreed in a demilitarisation accord signed last month.Ukrainian military spokesman Valentin Chevchenko told AFP that both sides had moved their forces to several kilometres (miles) away from Zolote. / AFP / Aleksey FILIPPOV (Photo credit should read ALEKSEY FILIPPOV/AFP/Getty Images)

A cura di Luigi Olita

Sin dal 2014 l’Ucraina si è ritrovata ad essere una vera e propria polveriera dell’Europa Post sovietica. l’Euromaidan appoggiata dall’amministrazione Obama e la salita al potere di Petro Poroshenko hanno dato una svolta alle relazioni tra il granaio d’Europa e la Federazione Russa. Casus belli è stato anche il referendum tenutosi in Crimea, de iure appartenente all’Ucraina, ma de facto russofona e russofila sin dai tempi di Nikita Crushev, il quale diede la possibilità alle popolazioni russofone di emigrare in Crimea. La polveriera Ucraina è nel mirino dei democratici Americani e la futura amministrazione Biden non intende abbandonare le mire geopolitiche messe a punto da quelle che furono le azioni di Barack Obama per contenere il gigante Russo. Uno dei primi politici a congratularsi con Biden per la vittoria alle presidenziali è stato proprio l’ex Presidente Poroshenko, il quale è stato vecchio alleato di Obama ed allo stesso tempo ha sempre contato sull’ala protettiva della vecchia amministrazione democratica.

Biden, oltre ad avere sostenuto le proteste in Ucraina nel 2014, quando era vicepresidente, ha sempre seguito la via del contenimento e del pugno di ferro nei confronti del Presidente Russo Putin, ancora di più rispetto ad Obama. Se la spina nel fianco del capo del Cremlino a Washington era rappresentata dal segretario di Stato Clinton, poi sostituito nel 2012 da John Kerry, e dal vice Biden, il referendum in Crimea ha assestato un duro colpo all’amministrazione democratica ed al Presidente Poroshenko, privati di una parte di territorio importante nell’Europa dell’est. Joe Biden, nel suo programma di politica estera, ha già affermato che le priorità degli USA nell’Europa dell’est riguarderanno in primis la Bielorussia e l’Ucraina. Se la Bielorussia di Lukashenko è legata a Mosca sin dai tempi dell’URSS ed ultimamente anche a causa delle proteste che imperversano nella capitale (secondo Lukashenko infiammate da mandanti Europei), l’Ucraina è in parte già stata toccata da quelle che furono le azioni Americane.

Intanto, sono state avviate delle indagini dall’FBI sul figlio di Biden, Hunter, riguardo la società petrolifera Ucraina Burisma; infatti nel 2014, proprio mentre imperversavano gli scontri a Kiev, Biden junior ricevette l’incarico come membro del consiglio di amministrazione della società. Ciò ha portato l’FBI ad indagare a riguardo, anche e soprattutto per le pressioni di Trump, su quali siano stati il ruolo di Hunter all’interno del colosso petrolifero ed il perché del gigantesco stipendio percepito fino allo scorso anno. Le accuse di Trump si sono soprattutto concentrate sul fatto che fu proprio Biden, quando era vicepresidente nel 2014, a favorire il figlio per l’entrata nel colosso petrolifero. Joe Biden è estremamente popolare in Ucraina, non solo perché è stato uno dei più strenui sostenitori del Presidente Poroshenko, ma anche per i suoi numerosi viaggi diplomatici avvenuti nel 2014. Come affermato durante la sua campagna elettorale, se fosse stato eletto Presidente, Biden ha confermato il suo sostegno a Kiev, con il rifornimento di truppe ed armamenti, proprio per rimodellare un nuovo muro intorno alla Russia, danneggiato dall’isolazionismo di Trump. Se la politica isolazionista di quest’ultimo ha avviato un disimpegno verso l’est, cercando di toccare il meno possibile sia la Bielorussia che l’Ucraina, proprio per avviare un dialogo con Mosca, la nuova amministrazione potrebbe cambiare rotta proprio su questo punto.

Luigi Olita

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