SIGONELLA 1985, CRAXI E LO SCACCO AGLI USA

 SIGONELLA 1985, CRAXI E LO SCACCO AGLI USA

A cura di Luigi Olita.

Il 7 ottobre 1985, la nave da crociera Achille Lauro, costeggiava le insenature egiziane in procinto di fare rotta verso il porto israeliano di Ashdod. A bordo della nave erano presenti 430 passeggeri ed il comandante Gerardo De Rosa fu interrotto nelle sue operazioni di navigazione da colpi di arma da fuoco, sparati da un commando palestinese a bordo appartenente al FPLP, il Fronte popolare di liberazione della Palestina. La situazione di tranquillità sulla nave tramontò subito e l’incursione dei terroristi avrebbe portato sull’orlo del precipizio le relazioni Italo-Americane. Il telefono della Farnesina, presieduta dal ministro Giulio Andreotti, squillò alle ore 17 e la situazione sembrò concitata sin dall’inizio con la mobilitazione dell’unità di Crisi che attivò contatti immediati con l’Egitto di Hosni Mubarak. Il ministro Andreotti in contatto con il premier Bettino Craxi e con il ministero della difesa presieduto dal Repubblicano Spadolini coordinò le operazioni con la controparte egiziana, la quale riuscì ad entrare in contatto con l’Achille Lauro, trovandosi appunto in acque egiziane.

I servizi di sicurezza egiziani vennero a conoscenza della presenza a bordo del commando, armato di mitra, che chiedeva la liberazione di cinquanta detenuti palestinesi nelle prigioni dello Stato Ebraico. La diplomazia Italiana si attivò anche sul fronte palestinese, contattando nell’immediato il leader dell’OLP, Yasser Arafat, il quale sostenne di non essere a conoscenza della situazione e decise di prestare aiuto all’Italia inviando due suoi uomini per trattare una possibile liberazione degli ostaggi. Uno dei due inviati di Arafat era Muhammad Zaydan, detto Abu Abbas, capo del FPLP. La triade Craxi-Andreotti-Spadolini gestí la situazione diplomatica direttamente dalla Presidenza del Consiglio con la collaborazione del SISMI, il sistema informazioni di sicurezza militare, comandato dall’ammiraglio Fulvio Martini. Le forze speciali italiane della sezione incursori COMSUBIN, coordinati dal ministero della difesa e dal SISMI, nella notte tra il 7 e l’8 ottobre fecero scattare l’operazione Margherita che prevedeva il trasporto di 60 paracadutisti per individuare dal punto di vista logistico la posizione della nave. L’atterraggio dei paracadutisti da tre elicotteri avvenne sulla Fregata Vittorio Veneto, dopo essersi riuniti con i componenti della Delta Force Americana sull’isola di Cipro.

La situazione si complicò quando la Achille Lauro entrò in acque siriane, e proprio ciò spinse il Presidente Craxi a ricorrere all’amicizia che il capo della diplomazia italiana Andreotti aveva stretto con il presidente della Repubblica Araba di Siria Hafez Al-Assad. Quest’ultimo si trovava però in viaggio diplomatico in Cecoslovacchia, e nonostante le prese di posizione del presidente Siriano nei confronti dei sequestratori, la strategia del governo italiano di fare approdare la nave al porto Siriano di Tartous andò in fumo, anche per la dichiarazione dell’ambasciatore americano a Roma Maxwell Rabb, il quale affermò che la strada della mediazione con i terroristi, proposta da Assad, era fuori discussione. La situazione prese una piega eccessivamente grave quando uno dei passeggeri della nave, l’anziano ebreo americano, Leon Klinghoffer, costretto alla sedia a rotelle, venne assassinato dai palestinesi con due colpi di pistola e gettato in mare. Dopo l’assassinio del passeggero americano, l’inviato palestinese Abu Abbas cercò di mediare con il commando chiedendo loro di non usare violenza sui membri della nave e deporre le armi chiedendo un lasciapassare con l’assenso del Governo Italiano.

Gli americani erano rabbiosi per la morbidezza delle azioni italiane nei confronti dei dirottatori, i quali, grazie alla mediazione di Abbas, appellato “comandante”, salirono su una nave da carico che li scortò in una base militare egiziana, in attesa di partire su un Boeing 737 della compagnia Egyptair per la Tunisia insieme al comandante Abbas. La CIA, il servizio segreto estero USA, cercò di monitorare le azioni dei terroristi consentendo l’intercettazione del volo 737, il quale venne pedinato da due F-14 mobilitati dalla USS Saratoga. L’ambasciatore americano Rabb, con la CIA ed il dipartimento di Stato Americano impedì al 737 di atterrare a Tunisi, esercitando pressioni anche sulla Grecia, che chiuse lo spazio aereo al Boeing. I caccia Americani scortarono l’aereo sulla base militare di Sigonella in Sicilia, sottoposta alla legge Americana. Il Premier Bettino Craxi fu informato dell’atterraggio del 737 alla base di Sigonella da un personaggio controverso all’interno della politica americana, Michael Ledeen. Quest’ultimo era un funzionario del governo americano nel settore della difesa e dell’intelligence, fautore del manifesto del nuovo secolo Americano ed uno dei pianificatori dell’invasione dell’Afghanistan (2001) e dell’Iraq (2003). Craxi, da sempre sospettoso nei confronti di Ledeen, chiese fermamente di parlare con l’ambasciatore Maxwell Rabb, ma l’insistenza di Ledeen con tanto di minacce allo staff del presidente, costrinsero Craxi a parlare con l’eminenza Grigia USA.

Dopo la telefonata Craxi ordinò ai vertici dei carabinieri di proteggere il 737 con fucili alla mano, facendo immediatamente intervenire i VAM. Una volta avvenuto l’atterraggio, la situazione sembrò precipitare poiché si passò quasi ad uno scontro armato tra i VAM ed il Delta Force, comandato dal generale Steiner; infatti i VAM si posero in cerchio attorno all’aereo, venendo circondati dai Navy Seals, a loro volta presi di mira dai carabinieri giunti sul posto su ordine del generale Annichiarico. Un solo colpo e gli equilibri mondiali sarebbero cambiati nel giro di pochi secondi, facendo passare l’Italia come Stato nemico degli USA. Il Presidente USA Ronald Reagan, furioso per la presa di posizione del presidente del Consiglio Italiano, entrò in contatto telefonico con quest’ultimo. Durante la discussione, che vedeva un Craxi monolitico ed un Reagan sfiancato dalla tenacia dell’oratore socialista, si decise l’arresto dei dirottatori e la sorveglianza per i mediatori. Michael Ledeen, incaricato da Reagan di fare da interprete della conversazione, stravolse le parole del Presidente USA affermando che “il presidente pretendeva l’arresto sia dei dirottatori che dei due mediatori inviati da Arafat”. La presa di posizione di Ledeen aveva l’intento di ottenere l’arresto di Abbas, cosa che Craxi non poteva permettere essendo i palestinesi i primi interlocutori della politica estera filo araba del governo italiano, realizzata nel corso degli anni da statisti come Aldo Moro, Andreotti e lo stesso Craxi.

Dopo aver abbassato i fucili, i dirottatori furono prelevati dai carabinieri ed Abu Abbas venne fatto ripartire, riuscendo a superare le insistenze americane. L’aereo 737 atterrò a Ciampino, ed il giorno dopo, dall’aeroporto di Fiumicino, Abbas con la mediazione dei servizi segreti Italiani venne fatto imbarcare su un aereo di linea che lo portò a Belgrado, scampando alla richiesta di estradizione da parte del governo americano. Craxi durante la crisi fu irremovibile, nonostante le insidie diplomatiche dell’eminenza grigia Ledeen e le prese di posizione del ministro Spadolini, il quale voleva, da fedele filo americano, uniformarsi alle richieste della Casa Bianca. Le relazioni tra gli USA e l’Italia durante i quattro giorni della crisi di Sigonella raggiunsero il punto più critico dalla fine della seconda guerra mondiale, ma furono presto ristabilite con l’emblematica lettera scritta da Reagan a Craxi in cui invitava il “Dear Bettino” a rimanere alleati ed a recarsi in visita alla Casa Bianca. La notte dell’11 ottobre 1985, la sovranità dell’Italia era stata rispettata, respingendo tutte le ingerenze e le pretese di oltre Atlantico.

Politici come Andreotti o Craxi, vituperati dopo la fine della Prima Repubblica nel 1992, sono condannati tutt’ora, in parte giustamente, da una nuova classe politica che però non sa nemmeno dove stia di casa la sovranità nazionale. Numerosi sono i fallimenti dell’Italia in politica estera degli ultimi due anni, soprattutto nello scenario Mediterraneo con la perdita dello scacchiere Libico, prima da parte degli “alleati” Francesi, ed in seguito da parte della Turchia, la quale è in prima linea se si tratta di violare la sovranità degli Stati ed il diritto internazionale, utilizzando una pseudo diplomazia delle cannoniere. Dicasi lo stesso per la Germania, nostro alleato europeo e NATO, ma che non manca mai occasione, soprattutto ultimamente, di minare la stabilità economica della nostra Repubblica. L’inettitudine della diplomazia italiana negli ultimi anni è stata accentuata anche dall’assenza di una cultura politica, storica e diplomatica, e le numerose sconfitte avvenute dal 2011 in poi, parlando dello scacchiere Mediterraneo, hanno relegato l’Italia ad un combattente ferito e sanguinante. Nonostante le condanne per le manovre interne ai partiti ed al “magna magna” generale( mai finito a quanto pare, poiché i nuovi arrivati sono più famelici dei veterani), durante la Prima Repubblica gli equilibri di potere ed i sistemi di alleanza venivano ben calibrati per permettere anche ad una piccola nazione come la nostra di dettare le condizioni, e se necessario, alzare la voce con il gigante americano, permettendo al popolo di sentirsi protetto all’interno dei propri confini, ed andare fiero della propria classe politica.

Redazione

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