SUPERLEGA. SI PENSA AD UN NUOVO CALCIO

 SUPERLEGA. SI PENSA AD UN NUOVO CALCIO

Il pasticcio di un calcio sordo, materialista e ipocrita. La Super Lega è fallita nella sua stessa costituzione. Neanche due giorni e le pressioni e invasioni politiche, di gruppi di interesse economico e dei mass media hanno fatto cedere a mo di domino il gruppo delle 12 grandi società di calcio. Il tassello più debole era il City e la sua proprietà per i suoi interessi in Qatar con il prossimo mondiale Fifa, caduto il City a seguire le inglesi si sono sfilate tutte assieme. Andrea Agnelli non ha fatto una brutta figura. Lui non è stato ipocrita come non lo è stato Florentino del Real Madrid e Marotta per l’Inter. Non hanno rinnegato come Giuda così come fatto da Maldini del Milan e le società inglesi arrivando perfino a chiedere scusa. Scusa di cosa? Di una scelta di società che fatturano centinaia di milioni di euro? Beh signori o si tratta di ipocrisia o di incapacità manageriale nel non saper prendere decisioni oculate e rispettarle, in poche parole incapaci e inaffidabili. Agnelli ha rischiato più degli altri dovendo, cinicamente, fare il doppio gioco essendo presidente dell’Eca ma ne esce con la schiena diritta da Uomo con la U maiuscola. Lui si orgoglio di una Famiglia italiana.

L’invasione politica di chi non ha mai saputo di sport e di chi non si è mai interessato di quel mondo sono inaccettabili da Draghi a Macron fino a Johnson con le sue pressioni fiscali. La rabbia incredibile sputata dai gruppi di interesse economico diretti da Ceferin ed Infantino, vedi Uefa e Fifa, che monetizzano cifre assurde attraverso la produttività delle grandi società (Ceferin ha uno stipendio di 1,2 milioni di euro). L’inconcepibile campagna contro dei mass media guidati dalla proprietà di Cairo tra la Gazzetta dello Sport e Marca che non hanno mai spiegato, come dovrebbe fare una corretta informazione, le ragioni della Super Lega visto che Cairo non vedrebbe più quegli introiti benevolmente attinti dai diritti Tv che senza Juve, Milan e Inter sarebbero un decimo. Tutte manovre che hanno fuorviato il popolo di “pecore” dei soliti italiani qualunquisti che da buoni passionali non pensano, non approfondiscono ma ragionano di pancia. 

Ma le istituzioni europee e mondiali del calcio non possono ignorare il grido d’allarme lanciato dai dodici “grandi”, perché qualcosa deve cambiare ed anche in fretta. Stendiamo ancora un velo pietoso sulle banalità e l’ipocrisia che si è sprigionata sulla stampa e sui social media. “Il calcio è di tutti”, “Il pallone è lo sport del popolo!”, “Ci state togliendo i sogni!”. Idiozie di questo tipo hanno campeggiato su tutti i giornali e sui profili di illustri esponenti della politica. Chissà se hanno pensato agli attuali costi dei biglietti per lo stadio, degli abbonamenti alle pay-tv, alle milionarie commissioni degli agenti, alle spropositate cifre che circolano sul mercato calciatori e allenatori, al fair play finanziario che è diventato una barzelletta. Questo sarebbe lo sport del popolo? Hanno creato una industria e tutti ne sono responsabili e l’industria, da che mondo è mondo, risponde alle leggi economiche.

Il calcio deve cambiare perché il mondo è cambiato. Infantino dia delle spiegazioni sui mondiali in Qatar del prossimo anno, per i quali ha incassato assegni miliardari. La FIFA spieghi al mondo che per la costruzione repentina degli stati negli Emirati hanno perso la vita quasi 7000 migranti privi dei più elementari diritti in pochi anni. Il moralismo becero di certi organi e certa stampa è riprovevole. Il terremoto di questi giorni probabilmente non porterà alla rivoluzione che si era paventata in prima battuta, ma auspichiamo non finisca a tarallucci e vino. Le istituzioni europee e mondiali dovranno porsi delle domande e darsi delle risposte. Le devono, ora, a tutti gli appassionati di questo sport.

di Dennis Romano

Dennis Romano

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