TUTTI GLI SBAGLI DEL VETERANO BIDEN

 TUTTI GLI SBAGLI DEL VETERANO BIDEN

A cura di Luigi Olita 

La Presidenza di Joe Biden è iniziata con il compito di riunire un Paese diviso violentemente dal punto di vista razziale, ma allo stesso tempo con le prospettive di un interventismo fedele all’internazionalismo liberale. Le conferme non sono sicuramente tardate ad arrivare. Il raid contro le milizie filo iraniane in Iraq, le provocazioni contro Vladimir Putin, le ultime prese di posizione (ma non troppo) contro la Cina, ed i vari dossier Medioriente, Ucraina e Corea del Nord, sono i tanti strumenti sul tavolo dello Studio Ovale per fare ritornare in auge l’aquila americana, leggermente riposata dopo i quattro anni di Trump, caratterizzati da pochissime schermaglie e scaramucce militari. Se dal punto di vista storico-esoterico il mese di marzo veniva considerato dai romani come il periodo ideale per iniziare nuove avventure militari, gli Stati Uniti d’America hanno seguito da sempre le orme dell’antica Roma; infatti il Vietnam, la Jugoslavia, l’Iraq, la Siria e la Libia nel 2011, sono campagne militari iniziate tutte nel mese di marzo, capeggiate ovviamente dalla longa manus di Washington. 

Questo marzo 2021 ha segnato l’inizio o per alcuni la continuazione di una Guerra non troppo fredda, con delle sorprese però riservate proprio da Pechino. Il faccia a faccia ad Anchorage, in Alaska, avvenuto in questo mese di marzo tra la delegazione americana e quella cinese, è stato il primo incontro dell’era Biden dal punto di vista diplomatico. La controparte cinese, è stata rappresentata da due cavalli di battaglia del PCC: Wang Yi, ministro degli affari esteri, e Jang Jiechi, capo della commissione affari esteri del Partito Comunista Cinese. I due big della diplomazia cinese sono stati accolti dai padroni di casa Tony Blinken e dal consigliere per la sicurezza nazionale Sullivan per discutere delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi con l’obiettivo di mettere in riga Pechino. Ciò che è avvenuto ha segnato però, una battuta d’arresto per la delegazione americana, che con l’idea di andare a sfondare è rimasta arenata; infatti le accuse lanciate contro l’America e le sue ingerenze nella sovranità degli Stati sono stati fortemente messi in risalto da Jiechi e Wang Yi, calcando la mano soprattutto sulla situazione dei diritti negli USA con gli avvenimenti BLM ed il razzismo ormai messo in risalto sin dallo scorso anno.

La Cina, che sicuramente non può dare lezioni di rispetto per i diritti umani, ha utilizzato gli avvenimenti dell’ultimo anno per mettere all’angolo gli USA riguardo questo tema, ovviamente per nulla rispettato nel così detto “Mondo Libero”, ma allo stesso tempo specificando quanto le ingerenze negli affari altrui non saranno per nulla consentite, che siano alleati della Cina o la stessa Pechino. Interessante constatare che dopo la disfatta di Anchorage, che ha visto un campione della diplomazia americana come Blinken, uscito abbastanza stupito dalla fermezza della controparte cinese, sia arrivata l’accusa a Vladimir Putin di essere un assassino dallo stesso Presidente Biden. La presa di posizione della Cina, l’augurio di buona salute da parte di Putin e la non risposta da parte della Corea del Nord a Washington, sono sicuramente dei segnali di quanto la diplomazia arrogante messa in atto da Biden sia ormai considerata come una “tigre di carta” dai due maggiori alleati in campo contro gli USA. In questo contesto, la stessa Corea del Nord, che negli ultimi giorni ha ripreso con il lancio dei missili e che continua a considerare gli USA come il primo pericolo per la sicurezza nazionale, la sta portando a creare un nuovo e rinnovato asse militare sia con la Cina che con la Russia, mettendo in questo modo in pericolo gli alleati di Washington presenti nella zona. A ciò si aggiunge una nuova vittoria militare per Pechino che ha stretto pochi giorni fa un accordo di cooperazione con l’Iran di Khamenei di una durata di 25 anni che comprende anche una collaborazione nel campo militare e dell’intelligence. L’asse tra queste quattro nazioni, quattro potenze nucleari e mezzo, segna quanto la diplomazia della nuova amministrazione stia accumulando bordate che rischierebbero di avere forti ripercussioni anche sugli alleati degli USA. In tutto ciò la Turchia e l’Arabia Saudita, alleate storiche dell’America stanno a guardare, attivandosi però sotto banco per non rimanere estromesse dalla partita geopolitica mondiale ormai a corto della vecchia forza Americana.

Luigi Olita

Articoli correlati

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *