UNA NUOVA EUROMAIDAN ?

 UNA NUOVA EUROMAIDAN ?

People with old Belarusian National flags gather at the place where Alexander Taraikovsky died amid the clashes protesting the election results, during his civil funeral in Minsk, Belarus, Saturday, Aug. 15, 2020. Thousands of demonstrators have gathered at the spot in Belarus’ capital where a protester died in clashes with police, calling for authoritarian President Alexander Lukashenko to resign. (AP Photo/Dmitri Lovetsky)

A cura di Luigi Olita.
Domenica 9 agosto 2020 in Bielorussia sono stati aperte alle ore 8:00, ora locale, le urne per eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Tra principali sfidanti alla corsa presidenziale, l’attuale presidente Aleksandr Lukashenko, al potere dal 1994 e soprannominato dai suoi critici, in primis dall’UE, l’ultimo dittatore d’Europa e la liberale e filo occidentale Svetlana Tikhanovskaya. Il 65enne presidente Lukashenko, molto ottimista sul risultato schiacciante contro la Tikhanovskaya, inaugurando in questo caso il suo sesto mandato consecutivo, ha ottenuto una vittoria rappresentata da circa l’80 % dei consensi. All’interno del paese sono scoppiate immediatamente numerose proteste contro il presidente, accusato di aver gestito male l’emergenza sanitaria del covid-19, per le numerose difficoltà economiche in cui versa il paese e per la gestione della politica governativa, non sempre limpida per presunte violazioni di diritti umani, con atti che riporterebbero al passato quando la Bielorussia era ancora una repubblica socialista sovietica.
La Bielorussia è considerato il paese ponte tra l’Europa e la Federazione Russa, uno stato cuscinetto critico per quest’ultima. La Federazione Russa vorrebbe mantenere strategicamente neutrale la Bielorussia perché il confine orientale della piccola Repubblica si estende in profondità nel suo paese, mentre il confine occidentale si avvicina alla Polonia, uno dei partner principali di Washington e dell’alleanza Atlantica in quella regione. In un’area dove i Paesi Baltici sono legati alla NATO e l’Ucraina sta via via allineandosi alle pretese di Washington, il Cremlino non potrebbe mai tollerare una Bielorussia filo occidentale. Allo stesso tempo, Varsavia ed i Paesi Baltici non vedrebbero certamente di buon occhio una Bielorussia allineata fermamente con Mosca. Dunque, le numerose proteste sebbene siano apparentemente nate come spontanee, devono essere lette in chiave prettamente geopolitica.
Entrambi i programmi elettorali dei due principali candidati erano improntati ad una svolta occidentale. La cabina di regia dei numerosi disordini alimentati va ricondotta a Bruxelles e Washington che, grazie ai loro alleati regionali sono riusciti a gettare le basi per quello che potrebbe essere un possibile cambio di regime in Bielorussia. Il 29 luglio, un’operazione militare condotta dai corpi di sicurezza Bielorussi, ha portato all’arresto di 33 cittadini di nazionalità russa, accusati di essere membri del corpo mercenario paramilitare Wagner, al soldo del Cremlino ed impegnato in operazioni militari in Siria in chiave anti terrorismo, a sostegno della Repubblica araba di Siria. I 33 arrestati sono stati accusati di preparare numerose sommosse popolari, cosìcchè la mattina seguente le autorità Bielorusse hanno annunciato l’apertura di un caso contro di loro, accusate di attuare imminenti azioni terroristiche.
All’indomani degli scontri in piazza tra manifestanti che chiedono il ritorno alle urne e le dimissioni del presidente rieletto, e forze dell’ordine, Lukashenko è apparso in pubblico con lo scopo di avviare un dialogo costruttivo con l’opposizione, rimanendo fermamente convinto che dietro queste proteste ci sia una trama esterna. A sostenere questo sospetto, i dossier del KGB, il servizio segreto Bielorusso (unico paese dell’est ad aver mantenuto il nome del vecchio servizio segreto sovietico), hanno rivelato trame provenienti dalla Gran Bretagna, Repubblica Ceca e Polonia. L’Unione Europea sarebbe pronta ad imporre sanzioni nei confronti del Presidente Bielorusso per la gestione delle proteste, seguita anche da un’analoga decisione del dipartimento di Stato americano. Sin dalla genesi delle proteste, i Paesi Baltici e la Polonia si sarebbero orientati in tal senso in sede europea, offrendo anche rifugio alla sfidante di Lukashenko, Tikhanovskaya. I quattro paesi, menti strategiche dell’operazione per minare le fondamenta del potere di Lukashenko stanno organizzando un piano di de-escalation da proporre alle autorità Bielorusse, dalla cui accettazione o meno dipenderà l’introduzione delle sanzioni.
Se Lukashenko dovesse accettare il piano proposto dai Paesi Baltici e dalla Polonia, verranno inviati a Minsk degli specialisti diplomatici per iniziare il processo di pacificazione tra le autorità del paese ed i rappresentanti delle opposizioni; in caso contrario verranno attivate le sanzioni europee. In tutto ciò, Mosca, alleato storico e strategico del governo di Minsk, pur mal sopportando una svolta occidentale della Bielorussia ed accusata dal presidente Bielorusso di aver ridotto il rapporto tra i due paesi ad una “semplice collaborazione”, non può certamente restare inerme. Il rapporto tra Russia e Bielorussia si è dimostrato nel corso degli anni molto dispersivo per una serie di mancate intese. Le rispettive diplomazie si sono attivate con rapporti sempre più frequenti; infatti, il giorno dopo l’inizio dei contatti, un aereo dell’aeronautica militare russa è atterrato a Minsk, probabilmente per liberare i 33 ostaggi accusati di fare parte della Wagner. Il presidente Bielorusso, dopo la liberazione degli ostaggi russi ed in una riunione con i vertici militari della sicurezza nazionale, ha affermato di voler preservare l’indipendenza del Paese dalle ingerenze esterne, non disposto a diventare una pedina dell’occidente, nonostante le aperture nel programma elettorale. La posizione è avversa anche nei confronti del Cremlino, che secondo fonti militari attuerebbe misure autocratiche verso il piccolo alleato, con lo scopo di evitare la morsa della Polonia, Paesi Baltici ed Ucraina, dietro i quali si nasconde la regia atlantica ed Europea.
Questa analisi dovrebbe fare riflettere sulla posizione estremamente difficile del presidente Bielorusso, il quale, trovandosi schiacciato ad occidente dalle potenze della NATO, e ad oriente dall’orso Russo, ha preferito utilizzare un certo equilibrismo politico nelle varie trattative diplomatiche con i due diversi blocchi. In questo panorama, dove la contesa tra Federazione Russa e NATO diventa sempre più forte, anche il Dragone Cinese fa la sua parte: infatti quest’ultimo ha dimostrato più volte di volersi legare alla Russia bianca attraverso rapporti commerciali. Uno dei più importanti investimenti che il governo di Pechino vorrebbe attuare con Minsk è sicuramente il China-Belarus industrial Park, una strategia che mira ad indebolire la presenza Russa nel medesimo territorio. La diplomazia Americana, con il segretario di Stato Mike Pompeo, è scesa in campo annunciando il 22 agosto un viaggio nell’Europa dell’est che inizierà il 24. Protagonista di questo tour diplomatico, sarà il vice segretario di Stato Stephen Biegun, il quale visiterà Vilnius, Mosca e Kiev. Proprio a Vilnius viene ospitata la sfidante del presidente Bielorusso, Tikhanovskaya, la quale incontrerà il numero due del dipartimento di Stato per assicurarsi il sostegno della NATO e per discutere di un piano che argini le pretese del gigante Russo sulla Russia Bianca.
La mediazione attuata da Biegun ha l’obiettivo di raggiungere un punto di incontro tra Vladimir Putin e la Tikhanovskaya, i quali potrebbero convergere sul fatto che se per il primo, il presidente Bielorusso non è un interlocutore affidabile per la sua svolta occidentale, pur comprensibile per gli interessi Bielorussi senza però allinearsi alle pretese della NATO, per la candidata sfidante il presidente Russo è l’ago della bilancia per raggiungere un compromesso. Dunque la Russia potrebbe accettare un cambio di regime a Minsk, ricevendo garanzie su un futuro posizionamento geopolitico del paese nell’orbita russa. Queste potrebbero essere le possibili ipotesi sul tavolo per il futuro della Bielorussia, ma la geopolitica comporta un bilanciamento di poteri ed interessi; proprio per questo il presidente Putin ha affermato nelle ultime 48 ore che invierà un contingente di uomini per difendere il vecchio alleato se le proteste dovessero raggiungere un punto di non ritorno. Nonostante le trame diplomatiche lasciano ipotizzare un cambio di regime supportato anche da Mosca, la partita è ancora tutta da giocare e proprio per questo, sarà difficile che una preda così ricercata venga lasciata in balìa delle mire dell’occidente e dei suoi vassalli.

Redazione

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