USA, L’ASSO NELLA MANICA DEL PRESIDENTE

 USA, L’ASSO NELLA MANICA DEL PRESIDENTE

A cura di Luigi Olita.

In questa estate movimentata, con scenari internazionali che offrono ogni tre per due una novità, lo scorso 13 agosto è stato reso noto alle agenzie di stampa internazionali la normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti. La notizia, estremamente sconvolgente per quanto riguarda il mondo arabo, è stata annunciata da uno dei deus ex machina dell’accordo tra i due paesi: il Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump. Con questa mossa inaspettata, il panorama mediorientale, segnato negli anni da ferite inferte proprio dall’occidente, ha iniziato a cambiare la sua fisionomia: gli Emirati Arabi Uniti hanno iniziato ad abolire il boicottaggio verso Israele ristabilendo i contatti telefonici, siglando accordi commerciali ed avviando i primi voli diretti da Tel Aviv ad Abu Dhabi.

Con la normalizzazione delle relazioni bilaterali tra i due Paesi è stato raggiunto un ottimo traguardo, in primis per Israele, che dal 1948 anno della sua nascita, si è ritrovato accerchiato da un blocco ostile di Paesi Arabi, per la maggior parte di stampo sunnita da sempre opposti alle sue politiche. In secondo luogo, gli Emirati Arabi Uniti, dal canto loro, stanno per raggiungere la posizione di veri vincitori all’interno del mondo Arabo, scavalcando la monarchia Saudita e diventando baluardo del mondo Arabo sunnita.

Il primo volo da Tel Aviv ad Abu Dhabi è partito il 31 agosto dall’aeroporto Ben Gurion sul quale era presente una delegazione di diplomatici americani ed israeliani. Il volo israeliano ha attraversato lo spazio aereo Saudita, prima volta nella storia dalla nascita di Israele, ed è atterrato ad Abu Dhabi dove sono iniziate le trattative bilaterali in prospettiva dell’accordo che dovrà concludersi alla Casa Bianca. Questo accordo pone gli Emirati Arabi come terzo Paese Arabo, dopo l’Egitto nel 1979 e la Giordania nel 1994, ad aver normalizzato i rapporti con lo Stato ebraico. L’operato svolto negli ultimi mesi, caratterizzato da incontri diplomatici tra le due parti con la regia del dipartimento di Stato, hanno visto come protagonisti il segretario di Stato americano Pompeo aiutato dal genero di Trump, Jared Khushner, conoscitore delle dinamiche mediorientali ed in stretto contatto con la monarchia Saudita, l’emiro Bin Zayed ed il direttore del Mossad Yossi Cohen, con la delega dell’esecutivo Israeliano di trattare la questione.

La continuazione degli accordi di Abramo che sancirono il riconoscimento in primis da parte dell’Egitto, ed in seguito da parte della Giordania dello Stato ebraico, hanno una funzione geostrategica molto importante: isolare la Repubblica islamica dell’Iran ed i suoi proxy nella regione. Infatti la normalizzazione delle relazioni bilaterali tra Israele, primo alleato dell’amministrazione Trump nella zona, con gli Emirati Arabi Uniti potrebbe assestare un duro colpo all’Iran, anche con un possibile coinvolgimento dell’Arabia Saudita, riluttante nel fare un passo in avanti verso Israele a patto della firma dei trattati di pace tra quest’ultimo ed i palestinesi. L’amministrazione Trump, diversamente dalla precedente, ha imposto una linea dura verso la Repubblica degli Ayatollah, ponendo fine al joint comprensive Plan of action, cioè il programma per neutralizzare il nucleare iraniano considerato una delle vittorie diplomatiche dell’era Obama.

Gli accordi sul nucleare messi a segno dall’ex segretario di Stato John Kerry, con gli altri quattro membri del Consiglio di sicurezza dell’ONU più la Repubblica federale tedesca, furono visti come una spina nel fianco dalle petromonarchie, soprattutto dall’Arabia Saudita che dopo la stipula di questi ultimi nel 2015 decise di guardare in prospettiva della costituzione di un proprio arsenale atomico, affidandosi però alla Cina. Interpretato dall’amministrazione Obama come un affronto di Riad, il presidente Trump, una volta insediato nello studio ovale ha avviato una forte cooperazione diplomatica e commerciale con la monarchia Saudita nell’intento di non perdere il solido e storico alleato dai tempi di Franklin Delano Roosevelt.

Forti note di protesta verso l’accordo tra Tel Aviv ed Abu Dhabi sono state lanciate in primis dalla Repubblica islamica dell’Iran, dal presidente palestinese Abu Mazen, e soprattutto da Hamas, l’organizzazione politico militare palestinese che governa la Striscia di Gaza, la quale ha accusato il governo di Abu Dhabi di tradimento. Il vincitore in questa situazione è sicuramente il presidente americano Donald Trump, il quale avviando la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra i due paesi, non solo può assicurarsi una forte leadership dal punto di vista interno, minata dal covid-19 e dalle proteste dei Black lives matter, ma allo stesso tempo rafforzare ancora di più il sostegno che gli viene dato dall’Aipac, la potente lobby Ebraica presente negli USA, sostenitrice del presidente uscente e candidato Repubblicano come migliore interlocutore. La strada di “the Donald” è ancora più spianata dopo la notizia uscita mercoledì 9 settembre riguardo la sua candidatura a premio Nobel per la Pace su quanto profuso nell’accordo. Un duro colpo per lo stato maggiore democratico che si appresta a scalare le mura della Casa Bianca.

Redazione

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