WASHINGTON-RIHAD: FINE DI UN AMORE?

 WASHINGTON-RIHAD: FINE DI UN AMORE?

A cura di Luigi Olita 

L’elezione di Joe Biden alla Casa Bianca è stato un vero e proprio fulmine a ciel sereno nelle stanze reali di Rihad. Infatti, proprio Biden, durante la presidenza di Barack Obama, nella quale era vice presidente, e soprattutto in questi ultimi quattro anni di Donald Trump, aveva espresso numerose volte sdegno verso la monarchia Saudita. Gli attacchi di Joe Biden verso la petromonarchia raggiunsero l’apice quando venne assassinato, verso la fine del 2018, il giornalista Jamal Khasoggi, all’interno del Consolato Saudita ad Istanbul. In seguito, si scoprirà che dietro il brutale assassinio del giornalista dissidente Saudita si celava la longa manus di Mohamed Bin Salman, ministro della difesa e Principe ereditario di Rihad. Oltre a condannare l’omicidio di Khasoggi, Biden lanciò attacchi verso la monarchia Saudita anche riguardo la guerra in Yemen, iniziata nel 2015, con il beneplacito del Dipartimento di Stato americano, la quale vede impegnata Rihad, con il sostegno logistico degli Emirati Arabi Uniti, contro i ribelli Houty, sostenuti dalla Repubblica islamica dell’Iran.

I rapporti tra USA ed Arabia Saudita non sono recenti ma risalgono almeno agli anni ’30, durante la presidenza di Franklin Delano Roosevelt. Infatti proprio il Presidente del New Deal strinse accordi con il fondatore della petromonarchia, instaurando una forte alleanza nella regione, sia militare che economico-energetica, durata fino ai giorni nostri. Nel contesto Yemenita, Washington sostiene l’Arabia Saudita con la vendita di armi, aumentate soprattutto durante la presidenza di Donald Trump; infatti oltre ad un semplice rapporto commerciale, il rapporto tra gli USA e l’Arabia Saudita, negli ultimi quattro anni si è estremamente rafforzato grazie soprattutto alla strategia diplomatica messa in campo da Jared Khushner, genero di Trump ed esperto di questioni Mediorientali. I rapporti tra membri di spicco americani e sauditi non sono nuovi, infatti il legame che legava Re Fahd con George Bush senior e con il principe Bandar, ex ambasciatore Saudita a Washington segnarono la storia del Medioriente durante l’intervento americano in Iraq nel 2003. Il Principe Bandar, soprannominato Bandar Bush dalla stampa americana, è stato anche al centro di numerose vicende controverse riguardo l’11 settembre.

Il Presidente Trump ha sancito nuovamente il primato dell’Arabia Saudita nel Golfo come baluardo contro l’Iran, consentendo alla monarchia di ritornare nelle grazie della Casa Bianca dopo gli anni di presidenza Obama, durante i quali i rapporti tra le due nazioni si erano estremamente raffreddati. Il cambio di passo di Joe Biden, affermato durante un discorso al Dipartimento di Stato, ha confermato non solo il ritorno dell’America nel mondo, con la formula “America is back”, ma anche un cambiamento dei rapporti commerciali verso l’Arabia Saudita, con la fine della vendita di armi a Rihad. La presa di posizione di Joe Biden su questo tema e le accuse mosse verso Rihad per le continue violazioni di diritti umani sia dal punto di vista interno che internazionale in territorio Yemenita, potrebbero favorire l’avvento della Cina tra le stanze di potere della petro monarchia. Infatti la diplomazia Saudita si era rivolta lo scorso anno proprio a Pechino per contrattare l’ottenimento di materiale nucleare. La politica estera di Joe Biden, di scuola Wilsoniana e dunque interventista, potrebbe, sotto alcuni aspetti, però, continuare sui passi del suo predecessore; infatti, il tanto vituperato the Donald è stato apprezzato sia dal neo Segretario di Stato Blinken riguardo l’approccio cinese, sia per quanto riguarda gli accordi di Abramo.Questi ultimi, oltre a sancire la normalizzazione dei rapporti tra Israele ed alcuni Stati Arabi, hanno permesso l’affermazione di un nuovo attore sul piano regionale, gli Emirati Arabi Uniti, i quali, hanno quasi rimpiazzato la monarchia Saudita dal punto di vista diplomatico anche per un carattere leggermente più “docile” rispetto a Rihad. Il Principe ereditario Bin Zayed, definito come un politico molto ascoltato ed influente nel Medioriente, sarà sicuramente uno dei personaggi che contribuirà a ridisegnare lo scacchiere diplomatico della regione. Continuando su questa scia, Joe Biden manterrà la barra dritta con Abu Dhabi, cercando in questo caso di rinegoziare un nuovo accordo con l’Iran, non visto però di buon occhio dal Segretario di Stato Blinken e da alcuni vertici dell’intelligence USA, i quali nutrono sospetti su Teheran e sull’arricchimento dell’uranio messo in atto ultimamente. Il futuro tra Washington e Rihad, al netto dei dissapori, potrebbe però passare dall’Italia, precisamente dalla Toscana; infatti proprio Matteo Renzi, novello Tony Blair per le indiscusse capacità diplomatiche, potrebbe, a detta di alcuni, rappresentare il filo conduttore tra i due paesi. Vedremo cosa ci riserverà la diplomazia internazionale tra accordi e disaccordi nella polveriera Mediorientale.

Luigi Olita

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